L’Uomo e il suolo

Nel panorama del pensiero contemporaneo, il vocabolo terra rappresenta una delle categorie più dense e affascinanti. Lontana dall’essere una semplice dimensione fisica o geofisica, la terra si pone come il crocevia in cui teologia, filosofia ed etica ambientale si incontrano, si sovrappongono e talvolta si sfidano.

Nelle tradizioni religiose orientali e mediterranee, l’essere umano è costitutivamente legato all’elemento materiale primordiale. Il testo biblico di Genesi formalizza questa appartenenza ontologica attraverso una precisa radice linguistica: l’uomo (Adam) trae la propria origine e il proprio nome dal suolo (Adamà). Non si tratta di una pura annotazione poetica, ma di una descrizione essenziale della natura umana. La celebre formula liturgica “polvere sei e polvere tornerai” non costituisce esclusivamente una sentenza punitiva a seguito del decadimento originario, bensì un dato ontologico costitutivo: la materia di cui siamo fatti è la medesima che calpestiamo.

Come sottolinea l’esegesi ebraica la riduzione dell’uomo a polvere non ne sancisce affatto l’annientamento o la nullità. Nel testo di Genesi, il serpente viene condannato a nutrirsi della polvere. L’uomo nasce dalla terra, viene nutrito dai suoi frutti e, mediante la morte, ritorna alla terra, alimentandola a sua volta in un processo ciclico che s’innesta all’interno dello scorrere lineare del tempo biblico. Vi è dunque anche nell’infinitesimo minerale una consistenza creaturale

Un ulteriore ed affascinante snodo esegetico riguarda la struttura linguistica delle categorie cosmiche nella Sacra Scrittura. Nel testo ebraico, il termine impiegato per indicare il cielo è un pluralia tantum (Asamaim), ad indicare che la trascendenza divina non risiede in un luogo statico o circoscritto, ma in una pluralità celeste ed inaccessibile (“Padre nostro che sei nei cieli”). Al contrario del cielo, la terra (Eretz) si declina rigorosamente al singolare. Essa rappresenta l’unità della dimora umana, l’universo esperienziale e comune in cui l’umanità cammina.

La teologia cristiana radicalizza questa relazione attraverso il dogma dell’Incarnazione poiché ne ribadisce così la dignità e la centralità della terra quale teatro dell’azione salvifica di Dio.

Nella Scrittura la terra non è mai concepita quale mera entità geofisica, bensì come ecumene (oikoumene), ossia come terra abitata, antropizzata e strutturata socio politicamente. Quando i testi evangelici, come il grande mandato alla fine del Vangelo di Matteo, invitano i discepoli a spingersi “fino agli estremi confini della terra”, il riferimento geografico dell’epoca si rivolgeva ad un mondo conosciuto cospicuamente più raccolto di quello attuale. Ciononostante, la pulsione diffusiva ed espansiva attraversa sia la diaspora ebraica sia la missione apostolica primordiale.

Sul piano etico-teologico, la terra solleva inevitabilmente il problema del possesso e della sovranità. Attingendo al Salmo 24 (“Del Signore è la terra e quanto contiene”), la riflessione del podcast richiama l’insegnamento di Dom Giovanni Franzoni, già abate della Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma e figura di riferimento del dissenso cattolico post-conciliare.

La tesi teologica è netta: la terra non appartiene in modo assoluto ad alcun popolo, monarca o corporazione. Gli esseri umani non ne sono i proprietari, bensì semplici usufruttuari e custodi. Questo principio trova un’applicazione sistematica nella legge biblica del Giubileo. Sebbene storicamente non sempre applicato nella sua veste istituzionale. Il Giubileo stabiliva un limite strutturale al possesso terriero, imponendo la restituzione periodicamente delle proprietà e il condono dei debiti per impedire la formazione di latifondi e la pauperizzazione delle masse.

La Teologia della Liberazione latino-americana ha ripreso ed attualizzato questo mandato: la terra promessa “dove scorre latte e miele” non è un privilegio passivo o una garanzia di profitto per pochi, ma uno spazio che Dio esige sia coltivato e abitato per la giustizia sociale.

Sul versante filosofico, il concetto di terra si lega indissolubilmente all’idea di radice. La filosofa Simone Weil individua nel radicamento (racinement) uno dei bisogni più vitali e inosservati dell’anima umana, additando nello sradicamento (déracinement) la vera malattia morale del nostro tempo. A questa visione si affianca una celebre metafora tratta dalla patristica primordiale, presente nella Lettera a Diogneto:

“L’essere umano non è un arbusto terrestre comune, bensì un albero capovolto (arbor inversa): le sue radici non affondano ciecamente nel suolo, ma si innervano nei cieli, mentre la chioma, i rami ed i frutti si protendono e si espandono verso la terra.”

Questa immagine, che riprende e rilegge l’incipit del Salmo 1, mostra come la condizione umana viva di una costitutiva tensione dialettica: siamo creature le cui radici spirituali attingono all’eterno, ma la cui vocazione consiste nel fiorire e portare frutto nel contesto terreno. È la medesima correlazione invocata nel Padre Nostro, dove la formula “come in cielo così in terra” regge ed ispira tutte e tre le prime invocazioni della preghiera domenicale.

La terra non è un mero palcoscenico inerte, ma l’asse attorno a cui ruota la nostra identità etica, filosofica e spirituale. Essere fatti di terra significa riconoscere i propri limiti creaturali; abitare la terra richiede di abbandonare le velleità di dominio per riappropriarsi della vocazione alla custodia. Tra il radicamento al suolo e la tensione verso il cielo, l’uomo è chiamato a riscoprire la Terra non come merce da perforare, ma come dimora comune ricevuta in dono.

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Una risposta a “L’Uomo e il suolo”

  1. Avatar Pastore Y.G.Narra
    Pastore Y.G.Narra

    La terra è un dono di Dio, non un possesso assoluto dell’uomo. Il Giubileo ci ricorda che la giustizia, la misericordia e la dignità umana devono prevalere sull’avidità. Ma c’è una verità ancora più profonda: l’uomo può avere i piedi ben piantati sulla terra, ma se non ha le radici in Dio, finirà per smarrire la propria identità. Siamo chiamati non a dominare il creato, ma a custodirlo, ricordando che la nostra vera ricchezza non è ciò che possediamo, ma il frutto che lasciamo agli altri.

    Benedizioni caro conservo

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© Rino Sciaraffa