La Dialettica dell’Invisibile: Voce, Silenzio e l’Abitare Poetico dell’Esistere
La trama profonda dell’esperienza speculativa e teologica si dipana lungo un crinale ove la voce e il silenzio non si pongono in mera opposizione binaria, bensì in una dialettica feconda e complementare, un gioco di presenze e assenze che tange la sostanza stessa del pensiero umano. Sin dagli albori, nella letteratura biblica, la creazione si rivela quale frattura di un silenzio originario: il “Dio disse” precede e squarcia la tenebra, e se la cronologia relega l’evento al passato, l’imperativo del Fiat Lux risuona nell’eterno presente come forza propulsiva.
Eppure, la divinità non abita il frastuono delle cose create, l’impeto del vento o il terremoto che frantuma le rocce. Essa si rivela, per paradossale contrasto, nel sussurro impercettibile, nel mormorio sottile udito dal profeta Elia1: un fruscio che si fa via interiore. In questo spazio liminale, l’essere umano si scopre spesso incapace di ascoltare, smarrito nel baccano di una desolata piazza esistenziale. Cerca il rumore o i rumori indifferenziati intorno invece di fermarsi in ascolto. La tradizione ebraica custodisce il mistero di questa incommensurabilità attraverso l’impronunciabilità del tetragramma sacro, Yahweh2 negare la nominazione del divino significa sottrarlo al possesso umano, preservandone la totale trascendenza rispetto alla nostra immanenza. Frattura dialettica necessaria affinché Dio non diventi idolo. Laddove l’uomo nomina le cose per definirle e possederle, per comando stesso divino3, Dio resta l’Innominabile, l’Inafferrabile.
In opposizione alla verbosità che sovente affligge il contemporaneo, ove il silenzio genera un ancestrale terrore del vuoto (horror vacui), si erge la prassi mistica del tacere. Se ne trova mirabile espressione storica nel culto dei quaccheri, concepito come una pura “concavità” dello spirito: un rendersi cavi, tacendo, affinché il divino possa trovare dimora e manifestarsi. Prima ancora, tale attitudine, autenticamente rivoluzionaria, affonda le proprie radici nella grande mistica di Meister Eckhart e Giovanni della Croce, per i quali il silenzio non è vacuità, ma densità ontologica e linguaggio supremo della pienezza divina.
Sorge dunque la necessità di una rigorosa etica della parola e del silenzio, che sappia discernere i tempi del “verbo” e quelli del tacere. Noi non siamo il Verbo, bensì, in un audace volo pindarico, ci configuriamo quali “avverbi” (ad verbum): elementi prossimi alla Parola, destinati non a descrivere asettiche realtà materiali, ma a conferire una qualità e un temperamento all’annuncio. L’autenticità di tale condizione richiede che l’agire (ethos) e la parola convergano in una testimonianza misurata e performante, abbandonando la sterile propaganda. Solo allora, superando ogni scissione ostile, il verbo e il silenzio si scoprono complici in una comunicazione reciproca. Il segreto dell’esistere risiede, infine, nella capacità di “abitare”: abitare la parola e, con pari riverenza, abitare il silenzio.
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