L’Archetipo della Luce, l’Ombra e il Cammino dell’Esistenza

La dialettica originaria che si dispiega tra la luce e le tenebre non si risolve in una mera contrapposizione fenomenica o visiva, bensì si configura quale paradigma conoscitivo ed esistenziale radicato nelle profondità dell’intelletto e dell’esperienza umana. In tale scontro cosmico si palesa un’asimmetria ontologica di singolare interesse: mentre la luce si esprime rigorosamente al singolare, le tenebre necessitano della pluralità per sostenere il proprio agone. L’oscurità si manifesta come un pluralia tantum, un’entità che esige di moltiplicarsi per fronteggiare la sovrana unità della luce, la quale possiede l’intrinseca virtù di far arretrare il buio, laddove quest’ultimo è privo di ogni facoltà d’offesa contro di essa. Non si dà, infatti, un’isola di tenebra racchiusa nella luce, ma è sempre possibile scorgere un’isola di luce che risplende nel quale cuore della notte più fitta.

Sulla scorta dell’insegnamento agostiniano, il male e la tenebra non godono di sostanza propria, rivelandosi unicamente quali privazioni, assenze di bene e di luce. Tale concezione evita le insidie del manicheismo, che vorrebbe un perenne e simmetrico conflitto tra due divinità paritetiche. La luce è, invero, linfa vitale: noi stessi respiriamo la luce attraverso il prodigio della fotosintesi clorofilliana (dal greco phos, luce), la quale genera l’ossigeno indispensabile alla nostra sussistenza.

In questo orizzonte teologico si colloca il celebre motto della Chiesa Valdese: Lux lucet in tenebris. Curiosamente espresso in lingua latina, idioma tradizionalmente associato alla sponda cattolica, laddove la Riforma prediligeva l’uso del volgare, l’emblema reca l’immagine di una lucerna, o fiaccola, posata su una Bìbbia. Essa è coronata da sette stelle, a evocare le sette comunità dell’Apocalisse giovannea. Questo simbolo, intriso di teologia giovannea, ci rammenta che la luce dell’Evangelo splende nelle tenebre e che queste non hanno il potere di sopraffarla o di occultarla. Non siamo chiamati a essere tedofori, bensì fotofori: portatori umili ma costanti di una fiammella spirituale, simili alle fanciulle sagge della parabola evangelica, capaci di farsi vettori di verità in un mondo oscurato. L’efficacia di tale testimonianza si rivela immensa: persino la tenue fiamma di un singolo fiammifero, acceso sulla vetta del Monte Bianco in una notte nitida, può essere scorta con un cannocchiale a ben ottanta chilometri di distanza (cosi si stima).

Questa ineludibile vocazione trova una suggestiva analogia in un aneddoto parigino, legato a una totale eclissi solare avvenuta in Piccardia, terra natale del riformatore Giovanni Calvino. Dinanzi al rapido e vorticoso calare delle tenebre cosmiche, la folla radunata avvertì il disturbo arrecato dalle flebili luci che ancora ardevano all’interno della maestosa cattedrale di Noyon. Fu allora che si levò un grido singolare ed eterno: “Spegnete la cattedrale!”. Persino in quell’oscurità artificialmente cercata, la luce della cattedrale persisteva, fulgida e insopprimibile, specchio del Logos che brilla nelle tenebre.

Eppure, tra gli estremi assoluti della luce e delle tenebre, si frappone una dimensione intermedia, benefica e intimamente umana: l’ombra. Se la tenebra è ostile, l’ombra è luce schermata, una compagna fedele che nasce e muore con l’uomo. Nelle Scritture, l’ombra assume sovente una valenza protettiva: si pensi all’arbusto di ricino che il Creatore fece sorgere per dare sollievo al profeta Giona sul colle di Ninive, o all’invocazione del Salmo che anela a rifugiarsi “all’ombra delle ali” divine.

L’ombra è la prova stessa della nostra umanità e corporeità, tanto che nel folklore popolare si riteneva che i demoni e gli spiriti malvagi ne fossero privi. Come teorizzato anche da Carl Gustav Jung, l’ombra custodisce una profonda analogia con l’anima. Essa non rappresenta un’antitesi distruttiva, bensì un partner dialettico in una complementarità che ci preserva dalla rigidità delle dicotomie assolute.

In ultima analisi, la sfida dell’esistenza non consiste nel pretendere di sradicare definitivamente le tenebre dal mondo o dal nostro stesso animo, quanto nell’imparare ad abitarle con una diversa postura spirituale. Guidati dal principio evangelico del omnia munda mundis, dove tutto è puro per i puri, l’essere umano può attraversare l’oscurità senza esserne contaminato, trovando nella fede quell’interruttore capace di destare il primordiale Fiat Lux interiore, testimonianza radiosa offerta al mondo.

Ecco il link per il podcast sul tema di “Luce e Tenebre”

https://open.spotify.com/episode/1BEtMrig38q4d2NhOWblVR?si=loQBtKVoS4-i76f16vl8ew

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