Le parole siamo abituati a trattarle come monete spicciole; le usiamo, le spendiamo, le lasciamo cadere decine, centinaia di volte al giorno, quasi sempre senza pesarle (o pensarle). Eppure, basta poco per accorgersi che una parola non è mai soltanto un suono, un’etichetta appiccicata sopra le cose. Quando diciamo “casa”, non stiamo semplicemente indicando un edificio: portiamo con noi un’infanzia, un odore, una porta che si chiude, una luce accesa che aspetta qualcuno. La parola non fotografa la realtà: la evoca, la fa risuonare dentro chi ascolta in un modo che è sempre, in parte, unico e irripetibile.
Nell’ebraico biblico, la parola “דָּבָר (dābār)”[1]non è mai soltanto discorso: è anche evento, azione, cosa. Quando Dio dice “sia la luce”, quella parola enunciata da YHWH non descrive: accade, crea, trasforma una realtà. Pariteticamente quando l’uomo riceve il compito di dare un nome agli animali[2], non sta semplicemente etichettando una lista, bensì sta entrando in relazione con ciò che nomina, sta facendo emergere un pensiero condiviso su ciò che quella creatura è per lui. Nominare è già, in qualche misura, comprendere e legare a sé.
Questo significa che le parole non sono contenitori fissi, vasi vuoti che riempiamo ogni volta allo stesso modo. Le parole rimangono organismi vivi, che cambiano pelle nel tempo e nel contesto. Pensiamo a quante parole, nella storia, hanno cambiato significato, a volte capovolgendolo del tutto, o semplicemente perché generazioni diverse le hanno abitate in modo diverso, ci hanno messo dentro esperienze nuove. Una parola pronunciata oggi non è mai identica, nella sostanza, alla stessa parola pronunciata cent’anni fa: la lingua è un fiume, non un blocco di marmo.
Ed è proprio questa dinamicità a renderle così preziose e così pericolose. Preziose, perché ogni parola è già un piccolo atto di pensiero: prima ancora di essere pronunciata, è stata scelta, filtrata, ha attraversato la coscienza (e la conoscenza) di chi parla. Non esiste parola senza un concetto che la sostiene, senza un’intera architettura di senso che la precede e la rende comprensibile. Dire una parola è già un modo di pensare il mondo, di prendere posizione dentro di esso. Ma proprio per questo le parole possono anche essere svuotate, manipolate, usate come schermo invece che come ponte: quando diventano slogan, quando si ripetono senza più abitarle, perdono la loro forza generativa.
Ecco perché un programma come questo ha senso: non si tratta di fare filologia per amore dell’erudizione, ma di restituire alle parole il loro peso specifico, di fermarsi, ogni volta, a chiederci: cosa stiamo davvero dicendo? Che pensiero, che storia, che mondo si portano dietro queste sillabe che pronunciamo con tanta disinvoltura?
Perché, in fondo, ogni parola che scegliamo di attraversare insieme in questo spazio non è mai solo un vocabolo da definire. È un pensiero da riabitare, un concetto da riportare in vita, passandolo, appunto, di bocca in bocca, di mente in mente. Passa parola, per l’appunto.
E allora, oggi, proviamo a farlo ancora una volta. Leggete l’articolo e ascoltate il podcast al link qui proposto.
https://open.spotify.com/episode/6mACAj8glNb63iN5QRoqkA?si=2JZCVFuESe2B8-Jhf0UZ0w
[1] E’ una delle parole più dense semanticamente della lingua ebraica biblica, perché unisce ambiti che nelle lingue moderne tendiamo a separare: parola, discorso, fatto, evento, realtà, comando, cosa. Struttura consonantica ebraica in D-B-R (dalet – bet – resh).
[2] Gn 2,20


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