Siamo all’ultima tappa geografica della linea tracciata più dalla devozione che dalla geometria. Un Ovest Est che ripercorre al contrario la fede cristiana, nata ad Est e diffusasi verso Ovest. Un ritorno alle origini, un viaggio a ritroso ripercorso in questi sette santuari dedicati all’Arcangelo, da Skellig Michael e St Michael’s Mount, al largo delle coste d’Irlanda e di Cornovaglia, fino a Mont Saint-Michel in Normandia, alla Sacra di San Michele sulla Val di Susa, al santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano, e da lì, attraverso l’Egeo, al Panormitis di Symi, per giungere infine sulle pendici del Monte Carmelo, ad Haifa. È una geografia che non pretende l’esattezza del cartografo, ma custodisce qualcosa di più antico: luoghi in terra che siano “specchi” del cielo, punti nei quali la terra si fa soglia e confine.
Chi ha percorso con me le stazioni precedenti di questo cammino sa che non si tratta di un pellegrinaggio nel senso turistico del termine e nemmeno di carattere religioso. A scanso di equivoci confermo che ho voluto cogliere le particolarità di questo percorso, fare una sorta di “esercizio di attenzione”, una traversata che, stazione dopo stazione, ci ha condotti dall’Occidente celtico, con la sua religiosità di rocce e maree, fino al cuore semitico della rivelazione biblica. Ed è precisamente qui, sul Carmelo, che il cerchio sembra chiudersi in modo sorprendente: perché la montagna che dà il nome a un intero ordine monastico occidentale è, in realtà, il luogo dove tutto era già cominciato, nel fuoco che consumò l’altare bagnato d’acqua, nel silenzio che seguì la tempesta, nella voce sottile che Elia udì all’imboccatura della caverna[1].
Stella Maris non è dunque soltanto l’ultima tappa di un itinerario che attraversa la cristianità occidentale: è il punto in cui l’Occidente, tornando verso Oriente, riconosce la propria origine. Qui il culto micaelico, con la sua iconografia guerriera e la sua vocazione a custodire i confini e le soglie, incontra la figura più antica e più inquieta del profeta che vegliava sul confine tra Israele e Baal, tra la fedeltà e l’idolatria, tra il fragore della storia e il mormorio di Dio.
La storia di Stella Maris è, prima di ogni cosa, una storia di uomini che scelsero le grotte. Nel XII secolo, durante il Regno latino di Gerusalemme, gruppi di eremiti crociati si stabilirono sulle pendici del Carmelo, attratti dal ricordo di Elia e dal desiderio di imitarne la vita solitaria e contemplativa. Non fondarono subito un ordine: furono, prima, un’assemblea di uomini dispersi tra le rocce, ciascuno nella propria cella scavata nella pietra, uniti soltanto dalla medesima nostalgia del deserto.
Fu il loro priore, ricordato nella regola soltanto come «frate B.», identificato dalla tradizione, senza prove decisive, con Brocardo o con Bertoldo, a rivolgersi ad Alberto Avogadro, patriarca latino di Gerusalemme, chiedendo una regola scritta che desse forma giuridica e spirituale a quella fraternità di romitori. Fu così, tra il 1206 e il 1214, che nacque ufficialmente l’Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo: un ordine che, a differenza di molti altri, non ebbe un fondatore singolo da venerare, ma una montagna e un profeta.
La storia, tuttavia, non concesse tregua a quella vocazione eremitica. Nel 1291 la caduta di San Giovanni d’Acri in mano mamelucca costrinse i frati a lasciare la Terra Santa: l’Ordine si disperse in Europa. Per tre secoli e più, il Carmelo restò un ricordo, una nostalgia incisa nel nome di un ordine e di una storia passata.
Il ritorno avvenne solo nel 1631, quando il venerabile Padre Prospero guidò i Carmelitani Scalzi fino al promontorio del Carmelo, presso il faro, dove costruì un piccolo monastero. Vi rimasero fino al 1761, quando Dahir al-‘Umar, allora signore di fatto della Galilea, ordinò lo sgombero e la demolizione dell’edificio. I frati si spostarono allora nel luogo attuale, direttamente sopra la grotta dove la tradizione colloca il soggiorno di Elia, dopo aver rimosso le rovine di una precedente abbazia greca dedicata a Santa Margherita, essa stessa forse erede di una più antica cappella bizantina.
Il nuovo edificio non conobbe pace a lungo: nel 1799, durante la ritirata della campagna napoleonica in Palestina, il monastero fu adibito a ospedale da campo per i soldati francesi feriti; quando l’esercito si ritirò, i soldati rimasti, troppo gravi per essere trasportati, furono trucidati dalle truppe ottomane, e i frati stessi dovettero fuggire. Le rovine, nel 1821, furono in parte spogliate delle proprie pietre per edificare il palazzo estivo del governatore ottomano di Acri, al di là della strada. Solo nella seconda metà del secolo, tra la posa della prima pietra nel 1827 e il completamento nel 1836, sorse la struttura che oggi accoglie il visitatore: una costruzione dall’aspetto quasi fortificato, elevata a basilica minore da papa Gregorio XVI, e divenuta, nel tempo, sede generale dell’Ordine Carmelitano nel mondo.
L’edificio attuale racconta, nella sua stessa struttura muraria, la memoria di quelle violenze subite: le pareti del piano terra sono spesse, le aperture strette e schermate, quasi un rifugio più che un tempio, testimonianza di un tempo in cui i monaci dovettero difendere con le proprie mani la casa e gli ospiti che vi trovavano riparo. La pianta della chiesa disegna una croce, e sopra il portale d’ingresso è murato lo stemma dell’Ordine: un braccio che regge una spada, uscente da una corona, sormontato dal motto tratto dal Primo Libro dei Re: le parole con cui Elia proclamò la propria gelosia per il Signore degli eserciti.
Prima ancora di essere cristiano, il Carmelo è biblico, e prima ancora di essere biblico, è geologico: un promontorio calcareo forato di grotte che l’uomo abita fin dalla preistoria. Ma è la memoria di Elia a impregnare ogni pietra di questo luogo. È qui, secondo la tradizione custodita dai testi e tramandata dai pellegrini di ogni fede, che il profeta convocò i sacerdoti di Baal e li sfidò a far scendere il fuoco sui rispettivi altari; è qui che, dopo il silenzio ostinato degli idoli, il fuoco del Signore consumò l’olocausto bagnato d’acqua, consacrando per sempre il monte come luogo del giudizio tra la vera adorazione e l’idolatria (1 Re 18).
Ma il Carmelo non conserva solo la memoria del fuoco spettacolare: conserva, forse ancora più preziosa, la memoria della fuga, dello sfinimento, della caverna in cui Elia, dopo la vittoria, si nasconde temendo per la propria vita, ed è lì che gli si manifesta non il vento, non il terremoto, non il fuoco, ma «il mormorio di un vento leggero», la voce sottile del silenzio. È a questa seconda memoria, più intima e meno trionfale, che la grotta sotto l’altare di Stella Maris sembra davvero appartenere: non il palcoscenico del prodigio, ma il rifugio del profeta esausto, il luogo dove Dio si lascia trovare non nello spettacolo, ma nell’ascolto.
[1] 1 RE 19, 11-12


Una risposta a “La soglia d’Oriente”
Una riflessione di grande spessore. Mi ha colpito soprattutto il contrasto tra il fuoco del Carmelo e il “mormorio di un vento leggero”: un richiamo prezioso al fatto che Dio spesso si manifesta non nel clamore, ma nel silenzio. Grazie per averci accompagnati in questo cammino, che invita non solo a conoscere dei luoghi, ma anche a fermarsi, ascoltare e riflettere.