Confrontare Panormitis con i santuari cattolici rivela in realtà due grandi comprensioni dello stesso mistero angelico.
Nella tradizione latina, Michele è prevalentemente il guerriero cosmico, il campione che schiaccia il drago, l’immagine della potenza divina che vince il male. Le sue rappresentazioni sono dinamiche, cariche di movimento e di energia militare. Nella tradizione orientale, Michele è anzitutto il Taxiarchis, il “Capo dell’esercito celeste” sì, ma anche il mediatore, il conduttore delle anime (psychopompos), il protettore dei vulnerabili. La sua icona non lo mostra mentre combatte: lo mostra in piedi, nella pienezza della sua dignità regale, l’asta nella mano destra, lo scudo nella sinistra, un custode, non solo un guerriero.
Nel monastero di Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis, sull’isola greca di Symi, esiste una tradizione molto amata legata ai marinai e ai pellegrini devoti all’Arcangelo Michele.
Secondo la tradizione, chi non può raggiungere il santuario scrive una preghiera, una richiesta di aiuto o un voto su un foglio, lo chiude dentro una bottiglia e la affida al mare. Essi credono che San Michele conduca miracolosamente “i messaggi nella bottiglia” fino alla baia di Panormitis. Ed in effetti, nei decenni, i monaci hanno raccolto numerose bottiglie viaggianti per l’Egeo. Tutte questi ex voto sono conservati ed esposti nel monastero, insieme ad altri doni dei pellegrini. Un dialogo silenzioso, quello delle bottiglie, tra mare e santuario, un atto di fiducia, come infondo, in tutte le tradizioni cristiane è la preghiera stessa. Ma il significato profondo ci dice che Michele non è solo il principe che combatte per noi, è il pastore che raccoglie ciò che si perde nell’oceano dell’esistenza e lo riconduce a riva. In questo, Panormitis custodisce forse il volto più antico dell’Angelo, quello che le tradizioni ebree conoscevano come intercessore e accompagnatore delle anime, prima ancora che le iconografie medievali lo armassero di spada e armatura.
Arrivare a Panormitis via mare, come i pellegrini del Dodecaneso hanno sempre fatto, è già esso stesso un’esperienza che prepara alla comprensione del luogo. Si entra nella baia e il monastero appare: bianche le mura, dorata la torre campanaria, il verde dei pini alle spalle, il blu dell’Egeo davanti. È il monastero: un luogo che fonde storia, fede, arte e leggenda in ogni pietra, in ogni affresco, in ogni icona.
Per chi cammina la Linea Sacra micaelica con occhi teologici, Panormitis non è semplicemente un’altra tappa: è la stazione in cui quella stessa figura celeste che le cattedrali gotiche proiettano verso l’alto viene qui riconsegnata al mare, alla barca, alla bottiglia che galleggia con dentro una preghiera. L’Angelo è lo stesso. Ma il modo in cui lo si incontra rivela due anime del cristianesimo che, nonostante il Grande Scisma del 1054, custodiscono ciascuna qualcosa dell’altro: la grandezza del mistero è sempre più vasta di ogni tradizione singola che tenti di abitarla.


Una risposta a “Il viaggio e il simbolo”
Grazie Rino, conoscere un po’ di più il cristianesimo orientale fa un gran bene a noi occidentali. L’iconografia che hai messo in parallelo mostra chiaramente la differenza di approccio agli elementi del sacro. Alla fine, l’arcangelo Michele aiuta a resistere proteggendo o aiuta a combattere avanzando? È una domanda retorica…