Mentre preparavo questo racconto, mi sono imbattuto in quello che ritenevo corretto ma non lo era. Capita nella vita vero? Studiando e raccogliendo informazioni sulla tappa del cammino michaelico[1] che tocca la Grecia ed il mondo ortodosso, ho scoperto che, nell’Egeo meridionale, a pochi chilometri dalle coste turche di Marmaris, l’isola di Symi custodisce un segreto che pochi pellegrini occidentali conoscono davvero: è forse il luogo al mondo più densamente abitato dalla memoria dell’Arcangelo Michele. Pensavo di imbattermi in una sola struttura architettonica, invece ho letto che ce ne sono ben nove!! Si, sull’isola di Symi si trovano ben nove monasteri dedicati all’Arcangelo Michele e, secondo tradizione, essi corrispondono ai nove ordini angelici della gerarchia celeste. Non è una coincidenza devozionale. Ha radici più antiche e profonde: nei primi secoli del cristianesimo, come si apprende dalla lettera di Paolo ai Colossesi[2], nella vicina Frigia in Asia Minore, esattamente di fronte a Symi, esisteva un culto angelico.
Oggi prendo in considerazione solo uno di questi nove, ovviamente il principale. Il monastero di Panormitis, è il sesto punto della “Linea Sacra” micaelica che attraversa l’Europa dall’Irlanda a Israele. I sette santuari della “linea”, li ricordo, sono: Skellig Michael, St. Michael’s Mount in Cornovaglia, Le Mont Saint-Michel in Bretagna, la Sacra di San Michele in Piemonte, il Santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano, il Monastero di Panormitis a Symi e il Monastero di Stella Maris sul Monte Carmelo ad Haifa e sono disposti su una retta perfetta, in allineamento con il tramonto del solstizio d’estate. Vi riporto al mio primo racconto nel quale li avevo illustrati tutti e sette insieme. [3]
Il Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis si trova nella parte meridionale dell’isola, presso il villaggio omonimo, che la mia vecchia giuda turistica descrive come posizionato su una cala con una spiaggia di sabbia bianca, protetta da una stretta insenatura che si apre su un ampio porto con alle spalle, una collina ricoperta di pini. Vi sarete resi conto che io amo tantissimo la Grecia ed i suoi paesaggi.
Le sue origini si perdono nel confine scivoloso tra storia e leggenda. La data storica esatta della costruzione della chiesa non è nota, ma vi sono indicazioni che essa sia stata eretta verso il 450 d.C. sul luogo ove sorgeva un antico tempio dedicato al dio Apollo. La stratificazione è tipica dei grandi luoghi sacri: prima il dio della luce e del sole, poi il principe delle schiere celesti che porta la spada di Dio. Il passaggio non è rottura ma trasfigurazione: un medesimo luogo di potenza che cambia nome rimanendo soglia tra i mondi.
Quanto al fondamento della costruzione cristiana, secondo la tradizione, la costruzione di una chiesa in quel punto ebbe luogo quando, una pia cittadina di Symi, mentre scavava, trovò una piccola immagine di San Michele Arcangelo, e così fu costruito il primo santuario che divenne la casa dell’Arcangelo. Questa storia narra di un’icona emersa dalla terra ed il sacro che non discende dall’alto come dono di una qualsiasi autorità ecclesiale, ma sale dal basso, dalla roccia, dal gesto di una donna che lavora e la trova. C’è una similitudine interessante con la parabola evangelica (lc 15,8-10). L’articolazione del complesso monastico attorno al cortile richiama la tipologia del katholikon bizantino: lo spazio aperto come luogo di incontro comunitario prima dell’ingresso nella liturgia.
Dentro la chiesa gli affreschi decorano ogni spazio visibile: le storie sacre, i volti dei santi, le scene che celebrano il divino. L’iconostasi lignea, finemente intagliata, porta la traccia della maestria locale, conferendo al luogo una notevole atmosfera di sacralità e di arte popolare al contempo. L’iconostasi fu costruita da Drakos Taliadourous, originario di Kos. L’icona rappresenta San Michele Arcangelo di Panormitis a grandezza d’uomo. Attorno a quest’icona orbita tutta la vita devozionale del santuario. La tradizione narra che l’icona sia stata più volte trasferita altrove, ma sempre ritornasse nel luogo originario dove era stata scoperta, quasi con volontà propria. Il tema dell’immagine sacra che rifiuta di essere spostata è uno dei topoi più profondi della pietà orientale: l’icona non è decorazione, è presenza. Non si porta dove si vuole; è lei a indicare il luogo della propria dimora.
Un gesto rituale particolarmente eloquente accompagna la visita: i fedeli arrivano con delle scope per pulire lo spazio davanti alla santa icona; con questo gesto chiedono all’Arcangelo di purificare la loro anima dai propri peccati. La scopa non è oggetto folkloristico: è atto liturgico. Il gesto esteriore di pulizia dello spazio davanti al santo diventa preghiera corporea di purificazione interiore.
Una delle tradizioni più commoventi e simbolicamente dense di Panormitis è quella legata alle bottiglie e agli oggetti votivi. Scatole, piccole barche con incenso, bauli di legno, numerosi oggetti lanciati da credenti pellegrini in mare giungono stranamente nel porto di Panormitis. Nella sagrestia del monastero, oltre ai paramenti e alle icone, ci sono anche gli ex voto dei marinai. L’Arcangelo Michele di Panormitis non è solo il santo patrono dell’isola, ma anche il protettore dei marinai dell’intero Dodecaneso.
Con oggi termino una descrizione, seppur minimale del luogo, ma nel prossimo racconto cercherò di suggerire le differenze esistenti tra i santuari micaelici cattolici, fin qui narrati, e l’unico di tradizione orientale. Le differenze sono interessanti perché parlano di chiavi di lettura del sacro differente tra tradizione occidentale ed orientale.
Alla settimana prossima.
[1] (ho lavorato su una mia guida turistica vecchia di almeno 25 anni – benedetta Lonely Planet e su almeno 5 siti internet)
[2] Colossesi 2,18 “Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli, affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale,


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