Il cammino verso il basso non è una metafora dell’abbassamento spirituale nel senso della degradazione. È qualcosa di più preciso e di più radicale: è il riconoscimento che il sacro non è sempre dove noi lo proiettiamo. Non è necessariamente in alto, nella luce piena, nella bellezza accessibile. A volte, e Monte Sant’Angelo ne è la prova più antica d’Occidente, il sacro si nasconde. Si ritira nella roccia. Attende in un luogo che l’uomo deve percorrere controvoglia, abbassando la testa, abituando gli occhi all’ombra. La liturgia cristiana conosce questo gesto: la katabasis, la discesa. Cristo scende all’Ade prima di risalire. Il battezzando scende nelle acque prima di emergere. Il grano scende nella terra prima di portare frutto. La struttura del sacro cristiano è pascaliana nella sua paradossalità: la vita passa attraverso la morte, la luce attraverso le tenebre, l’incontro con Dio attraverso il riconoscimento del proprio limite.  Ogni pellegrino che percorre gli ottantasei gradini della grotta di Michele compie inconsapevolmente, o consapevolmente, se ha occhi per vedere, questo gesto liturgico. Porta il proprio corpo attraverso la forma stessa del paradosso. Scende per incontrare l’altissimo. Entra nel buio per trovare la luce. Varca il limite della roccia per stare, per qualche momento, sul confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è.

Una tentazione, in certi itinerari spirituali, è quella di voler superare la soglia — di passare dall’altra parte, di raggiungere una fusione, un’unione mistica in cui il limite ontologico venga finalmente abolito. È una tentazione comprensibile e, in alcune tradizioni, anche legittimamente coltivata. Ma la tradizione cristiana suggerisce, in alcune tradizioni e spiritualità, qualcosa di più sobrio e di più duraturo.

La soglia resta soglia. Non si supera: si abita. Si impara a stare lì, nel punto di contatto, nell’apertura tra i due mondi. Michele, nella prospettiva costruttiva di questo luogo, è la figura di questa abitazione della soglia: è angelo, che significa messaggero, intermediario, figura del confine. Non è né puramente celeste né puramente terrestre: è ciò che tiene aperta la comunicazione tra i due.

Il pellegrino che torna su, per gli ottantasei gradini, verso la luce del pomeriggio garganico, non porta con sé la risposta all’enigma. Porta qualcosa di più prezioso: l’esperienza di aver stretto il limite tra le mani, di aver sentito sulla pelle la temperatura della soglia. Di aver capito, con il corpo prima ancora che con la mente, che tra l’uomo e Dio c’è qualcosa che non si risolve, che non si colma, e che questa distanza irriducibile non è un’assenza, ma la forma stessa dell’incontro.

Il Cammino continua, la vita di fede è proprio questo cammino tra diversità, alterità, aporie, ma che trova sempre una sintesi nella nostra esperienza, unica ed irriducibile.

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Una risposta a “La discesa come atto liturgico”

  1. Avatar Aldo
    Aldo

    Grazie, caro Rino, per questo cammino discendente e ascendente nella grotta, per tutti gli insegnamenti che questa metafora ci dona. “Il mondo in parole povere” ci riserva una profondità non comune, una ricchezza di riflessioni che ci fanno toccare il cielo nella consapevolezza del nostro limite. Un abbraccio.

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© Rino Sciaraffa