Ancora nel Gargano ed ecco a voi la mia penultima riflessione su questo luogo. Ho voluto costruire una sorta di “trittico” dovuto al fatto, che questo luogo ha ispirato una sorta di cammino nel cammino.
Riflettiamo ancora una volta sul concetto di limite, di profondità in contrasto con l’elevazione che diversi santuari hanno. Michele, nella tradizione biblica e nella lunga elaborazione iconografica della Chiesa, è la figura della verticalità ascendente. È il princeps militiae caelestis, il capo dell’esercito celeste, colui che nel libro dell’Apocalisse combatte il drago e lo precipita dall’alto verso il basso. La sua spada è sempre orientata verso l’alto, il suo gesto è sempre di elevazione, di difesa della trascendenza contro ogni forma di abbassamento.
Eppure, qui sul Gargano, Michele abita il basso, come abbiamo visto insieme fin d’ora. Non una vetta, non una torre: una grotta. Come se la tradizione avesse voluto custodire un paradosso teologico nell’architettura stessa del luogo: il messaggero del cielo che sceglie la terra, l’angelo della luce che abita la penombra della roccia.
La tradizione narra che la grotta non fu costruita dagli uomini. Fu Michele stesso, nelle tre leggendarie apparizioni del V e VI secolo, a indicarla come sua dimora. Non un edificio eretto verso il cielo, ma una cavità ricevuta dalla terra. L’uomo, qui, non costruisce verso l’alto: riconosce ciò che già esiste, consacra ciò che la pietra aveva già nascosto. È un gesto di umiltà architettonica che diventa, a ben guardarlo, un gesto teologico profondo.
Simone Weil, la filosofa e mistica francese che dedicò la sua vita a pensare la distanza e la vicinanza tra l’uomo e Dio, aveva elaborato il concetto di “décréation” la decreazione, il farsi piccoli fino al punto di lasciare spazio a Dio. Non un atto di annichilimento, ma di svuotamento volontario: come se l’io dovesse retrocedere per far avanzare qualcosa di più grande. Scendere a Monte Sant’Angelo è un atto di decreazione fisica. Il corpo si abbassa, la testa si china sotto la volta di roccia, la luce diminuisce. L’io si riduce. E in quel ridursi, qualcosa può entrare.
Tutte le grandi tradizioni spirituali, ciascuna con il proprio linguaggio, hanno riconosciuto che tra l’uomo e Dio esiste qualcosa che non è semplicemente distanza spaziale, qualche cosa che va oltre la metafora del cammino e dell’avvicinarsi. C’è un limite ontologico: una differenza di natura, non solo di grado. L’uomo non diventa Dio avanzando abbastanza, così come la creatura non diventa il Creatore moltiplicando la propria perfezione. C’è un salto, o meglio un abisso, che la volontà umana da sola non può colmare.
La grotta di Monte Sant’Angelo rende questo limite visibile. La roccia che il pellegrino tocca con la mano è la stessa roccia che, secondo la tradizione, conserva l’impronta del piede di Michele: il segno di un contatto che è avvenuto, un contatto che ha lasciato traccia proprio perché era tra due nature radicalmente diverse. L’impronta è la forma del limite: dice “qui ci siamo toccati”, ma dice anche “qui siamo rimasti ciò che eravamo”. Emmanuel Lévinas aveva compreso che l’Altro, l’altro umano, ma anche l’Altro divino, non è mai riducibile a sé stessi. L’alterità radicale non è un problema da risolvere, un’incomprensione da superare. È la condizione stessa dell’incontro: se l’altro diventasse uguale a me, non ci sarebbe più nulla da incontrare. Il limite, la differenza, il non-poter-ridurre: questo è ciò che rende possibile la relazione. Dio resta Dio non nonostante la sua distanza dall’uomo, ma attraverso essa.
Nella grotta del Gargano questo pensiero smette di essere filosofia astratta e diventa esperienza del corpo. Il pellegrino che scende sente nella pietra intorno qualcosa di irriducibile: la roccia non è fatta di aspettative umane, non cede alla simpatia, non si modifica per adattarsi al desiderio di chi la tocca. È semplicemente là, con la sua durezza e la sua freddezza, con la sua età di milioni di anni. È il limite per eccellenza. E in questa irriducibilità, paradossalmente, il pellegrino trova qualcosa che assomiglia alla presenza di Dio: qualcosa che non si piega, che non si domestica, che resta misteriosamente se stesso.


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