Dopo circa un mese di assenza dovuto a qualche viaggio all’estero ed impegni di lavoro, ritorno con il mio blog. Riprendo il nostro viaggio nella via micaelica e ci fermeremo, per altre tre puntate, sempre nel Gargano a Monte Sant’Angelo. Perchè? bhe lo conosco bene il posto e soprattutto una scelta contenutistica che vuole privilegiare le due tappe italiane (Val Susa e Gargano) di questa linea ovest-est, per me affascinante.
Ogni pellegrinaggio conosce il gesto del salire. Si sale verso i santuari sulle vette, verso i luoghi dove il cielo sembra più vicino, dove l’aria si fa rarefatta e il corpo sente nella fatica la stessa verticalità dello spirito. Il Cammino Micaelico non fa eccezione: tre luoghi sull’asse sacro che unisce le coste irlandesi di Skellig Michael al Monte Carmelo in Terra Santa, tre punti dove la terra si alza e l’uomo con essa.
Eppure, a Monte Sant’Angelo, accade qualcosa di inatteso, qualcosa che spezza il ritmo ascensionale e lo rovescia con una discrezione quasi silenziosa. Il pellegrino arriva in cima al Gargano, duecento metri sul livello del mare, scogliere a strapiombo sull’Adriatico, vento che porta odore di salsedine, e lì, invece di trovare una sommità aperta verso il cielo, trova una porta, una porta che va giù.
Il Santuario di San Michele Arcangelo non è costruito sulla roccia: è dentro la roccia. Si scende. Ottantasei gradini, ottantasei passi verso il basso per trovare l’Alto: scendere per trovare il sacro: questo è il paradosso che Monte Sant’Angelo pone al cammino e che vale la pena sostare a pensare, con tutta la lentezza che la pietra intorno impone. Ma dentro lo scendere c’è il concetto di limite: se verso l’alto non ci sono limiti, il basso impone sempre una stratificazione che poi raggiunge lo salino più basso, oltre il quale non si può scendere. Immagine che vi lascio? Una navicella spaziale può raggiungere (idealmente) le infinità dello Spazio, una trivella (idealmente) non può che raggiungere un limite oltre il quale non si può scender ulteriormente. San Michele Arcangelo ci propone il limite per barattarlo con l’infinito, non l’alto, la vetta con lo sguardo sul Cielo.
La filosofia conosce bene il concetto di limite. Per Aristotele il peras — il limite — non è l’assenza di qualcosa, ma la sua forma compiuta: ciò che dà contorno a un ente è ciò che lo rende riconoscibile, distinguibile dal caos informe. Il limite non è ciò che manca, ma ciò che è. La parete di una casa non è il mancato prolungamento dello spazio interno: è il gesto con cui la casa dice “io sono qui, e questo sono”.
Ma c’è un’altra declinazione del limite, più sottile e più inquietante. Martin Heidegger, nell’analitica dell’Essere e Tempo, mostra come l’essere umano sia fondamentalmente un essere-nel-limite: il Dasein è gettato in un mondo che non ha scelto, portato verso una morte che non può controllare, sempre in bilico tra il già-stato e il non-ancora. L’esistenza umana non si dispone su una pianura senza confini; abita costantemente una soglia.
La soglia, “Schwelle” in tedesco, parola che risuona nella riflessione heideggeriana, è il luogo dove due mondi si toccano senza confondersi, dove avviene un incontro che nessuno dei due lati da solo potrebbe produrre. La soglia è per definizione il luogo dell’incontro impossibile che diventa possibile.
A Monte Sant’Angelo questa grammatica si fa pietra, gradini, buio e luce fioca di candele. Il pellegrino che scende sta fisicamente abitando una soglia ontologica: il confine tra il mondo dell’esperienza ordinaria, il vento sul Gargano, le cicale, il sole bianco di luglio e qualcosa che le categorie quotidiane non riescono a nominare con precisione. Qualcosa che da cinquantasei secoli almeno, forse di più, gli esseri umani in questo luogo hanno chiamato sacro.


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