Cerco di dar continuità, con prospettive diverse, alla riflessione che vi ho proposto martedì scorso. Voglio parlarvi del cammino o del pellegrinaggio partendo dall’archetipo del viaggio perché esso è la prospettiva profonda dell’esistenza umana. Le nostre culture nascono nel cammino e si consolidano in un luogo, essa per me non è solo una metafora ma letteratura antropologica pura. I nostri antenati si sono fatti umani migrando. Dall’Africa verso il mondo intero, a piedi, generazione dopo generazione. Il viaggio non è qualcosa che l’uomo fa: è qualcosa che l’uomo è.
Tra l’altro ogni cultura che conosciamo ha un mito fondativo che comincia con un viaggio. Ogni singola cultura! Gli Ebrei hanno l’Esodo. I Greci hanno Ulisse. I Romani hanno Enea che fugge da Troia. Gli Indù hanno il Ramayana dove Rama vaga per anni. I Vichinghi raccontavano di navigazioni infinite. Gli Aborigeni australiani hanno il loro Monte nel deserto. Ogni grande civiltà, prima di fermarsi in un luogo, ha migrato, si è spostata, ha abbandonato le origini per trovare radici e quindi non si cammina per arrivare in un luogo ma per definire il senso stesso del migrare. Radici e luogo di nascita, spesso le interpretiamo come simbiotici, ma sono diversi, agli antipodi della nostra concezione più profonda. Dove nasco non solo le mie radici, esse non sono in un luogo, appartengono a chi mi ha preceduto e che mi ha dato il motivo per andare ancora avanti, oltre loro stessi.
Sembra assurdo, inconcepibile, ma non si cammina per arrivare, ma per cambiare prospettive al nostro esistere. Sotto, molto più sotto, c’è un’altra verità: Il pellegrinaggio è l’unica forma di viaggio dove la meta non conta. La meta è solo un orizzonte che ti serve per orientarti, un punto nella carta geografica, nulla di più, perché la vera meta è oltre. La Bibbia comincia con un pellegrinaggio che è la madre di tutti i pellegrinaggi. «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12:1). Dio dice ad Abramo: “parti”, ed Abramo parte. A settantacinque anni, parte. Per dove e verso cosa? … non lo sa. Deve camminare ed abbandonare il suo luogo natio. Abramo diventa Abramo camminando, non quando arriva. Il pellegrinaggio è il luogo dove diventi quello che devi diventare.
Un altro esempio è contenuto nella narrazione del Vangelo di Luca, che mi ha sempre colpito. E la narrazione dei discepoli di Emmanus. Camminano accanto a Cristo risorto e non lo riconoscono. Camminano per ore, parlano con lui, e niente. Poi si fermano, spezzano il pane insieme, e in quell’istante lo vedono (Luca 24:31), ma appena lo scorgono con gli occhi, Lui scompare. Il Cristo che cercavano era nel cammino che ha trasformato le loro vite: da discepoli delusi a persone che hanno ritrovato un cammino, diverso, lontano dalle loro prime intenzioni. Il cammino è sottrazione progressiva, è metamorfosi. Non possiamo diventare nulla di nuovo senza un metterci in cammino. Il pellegrinaggio funziona così: non vai verso il sacro, ma avendolo come punto di arrivo è il camminare che rende “sacro” il viaggio. Il pellegrinaggio è metafora della vita o è la vita stessa immagine di un pellegrinare? Camminando facciamo fatica, incontriamo luoghi e persone, ci perdiamo e ci ritroviamo ed alla fine approdi dove non avevi pensato di arrivare. Non è una sconfitta, non è altro che far si che la vita ti porti perché forse la bellezza sta tutta lì, in quel non sapere. Nel fidarsi del passo e nel credere che camminare abbia un senso anche quando non vedi la meta.
«Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». Salmo 23:1-2.


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