Un cielo, una stella o, meglio, l’allineamento di due pianeti ed alcuni sapienti che si mettono in cammino verso un luogo da raggiungere ad occidente. Questa immagine riaffiora in un racconto antico che intreccia astronomia e fede, sapienza e profezia orientale. La storia enigmatici viaggiatori al seguito di un segno celeste, che la tradizione cristiana ha trasformato in re e che le pagine neotestamentarie hanno reso immortali. Il Vangelo di Matteo dedica a questi personaggi poche righe essenziali, eppure cariche di mistero. Non parla di re, ma di μάγοι (magoi), termine greco che indicava i sacerdoti (probabilmente) zoroastriani della Persia, esperti nell’interpretazione degli astri e dei sogni. Non erano maghi, nell’accezione contemporanea del termine; erano sapienti, studiosi del cielo notturno, custodi di una conoscenza che fondeva matematica, astronomia e religione in un’unica disciplina sacra. Il numero tre, mai specificato nei Vangeli, deriva probabilmente dai doni offerti: oro, incenso e mirra, ciascuno carico di significato simbolico: l’oro per la regalità, l’incenso per la divinità, la mirra per l’umanità destinata alla morte.
Al centro del racconto brilla lei, la stella, che Giotto, nella splendida Cappella degli Scrovegni a Padova, la disegna come una cometa, che diviene, nell’iconografia natalizia, l’emblema stesso del viaggio dei Magi. Ma cos’era davvero quella luce nel cielo che guidò i sapienti d’Oriente? Gli astronomi moderni hanno proposto diverse interpretazioni affascinanti. Alcuni suggeriscono che si trattasse della congiunzione tra Giove e Saturno, evento astronomico raro verificatosi proprio negli anni (plausibili) per la nascita di Gesù, secondo le stime narrative-storiografiche. Altri ipotizzano una supernova, un’esplosione stellare così luminosa da essere visibile anche di giorno. Giotto, probabilmente, l’ha interpretata come la vista della cometa di Halley, segno celeste che evidentemente toccò la mente dell’artista ma che calcoli astronomici rendono poco probabile per l’evento neotestamentario. Eppure, la rappresentazione di Giotto, l’ha inciso nella nostra memoria collettiva: lui l’ha dipinta, noi l’abbiamo iconizzata nella nostra idea natalizia.
Se oggi ricerchiamo una “verità storica”, per i popoli antichi, che leggevano nel cielo il linguaggio degli dèi, un fenomeno celeste straordinario annunciava necessariamente un evento epocale sulla terra. Ciò che accadeva in cielo era presagio in terra, in un dialogo fatto di segni per definire il destino umano. L’astrologia, lungi dall’essere una superstizione marginale, costituiva una scienza rispettata, un ponte tra il macrocosmo celeste e il microcosmo umano.
Il pellegrinaggio dei Magi incarna un archetipo che attraversa tutte le culture, l’uomo che cerca e si orienta verso una verità abbandonando la sicurezza momentanea per inseguire una chiamata misteriosa. Non sono semplici viaggiatori, ma cercatori di senso, il cui precursore, in senso biblico, fu Abramo che si incamminò verso una terra a lui sconosciuta. Infondo il camino dell’esistenza é sempre da un certo ad un incerto, da un presente noto ad un futuro non conoscibile. Non a caso ripercorriamo questa storia alla fine di un anno solare ed all’inizio di uno nuovo.
Ciò che rende il mito dei Magi eternamente affascinante è questa alchimia perfetta tra terra e cielo, tra il viaggio fisico attraverso spazi geografici e il viaggio spirituale attraverso paradigmi di conoscenza.
I Magi rappresentano l’uomo che non si accontenta del visibile immediato, ma scruta l’orizzonte e alza lo sguardo alle stelle cercando risposte. La loro storia, riletta, risveglia qualcosa di primordiale nella psiche umana: quel senso di meraviglia che ci coglie sotto un cielo stellato, quella certezza che esistano verità più grandi di noi scritte nella geometria celeste, quel desiderio irrefrenabile di mettersi in cammino cercando una meta ed un punto di approdo al quale attribuire risposte ultime.


Scrivi una risposta a Giuseppe Cicogna Cancella risposta