Tra l’Infinito e l’Humus

In un’epoca sommersa dal frastuono, la meditazione teologica sul Salmo 8 dischiude una via impervia e feconda per riscoprire il valore nativo della Parola, la quale non si limita a descrivere la realtà, ma la plasma e le dà vita, schiudendo orizzonti inesplorati. Eppure, per cogliere la trama profonda della Creazione, occorre anzitutto il dono del silenzio. Il Salmo ci insegna che la vera vita spirituale risiede nella capacità di pacificare e “silenziare”, sia esso la baccano del mondo esteriore o l’inquietudine intima che divide l’animo umano, ponendone in pausa le vociferazioni per fare spazio all’ascolto contemplativo.

Dinanzi all’immensità del firmamento, disposto dalle dita divine, sorge l’interrogativo ontologico che attraversa i secoli: «Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?». Questa vertigine d’infinito non schiaccia la creatura nell’insignificanza di un errore cosmico o di una polvere priva di senso, bensì ne svela la dignità più alta. L’essere umano è l’oggetto di una perenne rammemorazione divina, di un ricordo che non è statico ripiegamento, ma vocazione e chiamata alla responsabilità. La radice stessa dell’uomo riconduce all’ humus e all’ Adamah, alla fecondità della terra originaria. Fragile nella sua finitezza, l’uomo è chiamato ad avanzare ponendo i propri passi nelle orme tracciate dal Creatore, come chi segue un sentiero custodito nella tempesta, consapevole di essere elevato da una grazia che lo trascende.

In questo ordine cosmico, la Scrittura inserisce un paradosso: la forza dell’uomo adulto e la fragilita infantile, le parole arroganti dell’uomo e la bocca dei lattanti. L’infante, colui che nella sua fase nativa non possiede ancora il linguaggio concettuale né i calcoli dell’adulto, custodisce la verità nella sua forma più indifesa e incontaminata. Se la maturità terrena corre il rischio di distorcere il reale attraverso l’ipocrisia, il lattante incarna un’integrità originaria e una compiutezza d’ascolto che l’uomo adulto tende tragicamente a smarrire.

Questa purezza riproporziona il mandato affidato all’umanità. L’ordine di “dominare” il creato non equivale a un sovranismo dispotico o coloniale. Nel lessico biblico, la dominazione è servizio e custodia: l’uomo è posto quale visir e intendente fedele del cosmo. Riconosciuto “di poco inferiore a Dio” e coronato di gloria, l’essere umano non si fa padrone assoluto della natura, ma guardiano sollecito di un bene che gli è stato consegnato in affidamento.

Il Salmo sigilla il suo cantiere poetico con una solenne inclusio: «O Signore Dio nostro, quanto è magnifico il tuo nome in tutta la terra». Verbo della lode altissima, “magnificare” significa rendere grande la presenza di Dio nello spazio del creato. È un canto che ricongiunge il cielo alla terra e che troverà la sua eco compiuta nel Magnificat, laddove l’umiltà dell’humus umano si riconosce serva e viene innalzata alla gloria di Dio.

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© Rino Sciaraffa