Le vie dinamiche della scelta. Beato è chi si mette in cammino.
Molto spesso associamo la parola «beato» a uno stato emotivo di euforia o a un momento particolarmente fortunato della vita. Tuttavia, nel linguaggio biblico e nella riflessione teologica, la beatitudine assume un significato enormemente più profondo: non è una semplice allegria passeggera, ma una vita orientata nella direzione giusta, radicata e capace di trovare un senso esistenziale di felicità.
Per comprendere la vera natura della beatitudine, occorre fare un salto linguistico ed etimologico. Nei Vangeli greci troviamo il termine Makarios, ma lo strato ebraico e aramaico sottostante risale alla parola Ashrei. Il celebre esegeta Nathan André Chouraqui ha proposto di tradurre questo termine non con il statico «beato», bensì con l’espressione dinamica «In marcia!» o «In cammino!». La beatitudine non è una meta immobile o una condizione passiva, ma un «sì» detto alla propria esistenza che mette in movimento. Si tratta di un cammino di vita, dove la fede stessa si configura come una consapevolezza inconsapevole, un equilibrio sottile tra la responsabilità della scelta e la spontaneità dell’apertura al divino.
Il Salterio un vero e proprio «secondo Pentateuco» articolato in cinque libri si apre con il Salmo 1 come una sorta di portale iniziatico. Questo testo pone subito l’essere umano di fronte a una polarità esistenziale: la via del giusto e la via dell’empio.
La beatitudine nasce da una serie di scelte consapevoli che il Salmo descrive attraverso tre movimenti progressivi da evitare:
- Non camminare secondo il consiglio degli empi;
- Non fermarsi nella via dei peccatori;
- Non sedersi in compagnia degli schernitori.
Il male si presenta come un processo attivo che rischia di immobilizzare l’uomo, dall’andare, al fermarsi, fino al sedersi, mentre il giusto trova il suo orientamento contrapposto nel «diletto nella legge del Signore».
Nell’accezione moderna, la parola “legge” evoca codici giuridici rigidi o normativi. Per la sensibilità ebraica e cristiana, invece, la Legge (Torà, ossia la via del Signore) si sposa con il concetto di diletto (delectatio) e di fruizione (fruitio). La legge divina non è repulsiva, ma attrattiva: accende il desiderio di fare il bene e conduce alla perfetta letizia. Questo diletto trova la sua espressione più alta nel canto e nella musica. Come ricordava Agostino (e in seguito Lutero), «chi canta prega due volte». Il verbo latino psalere (salmodiare) indica proprio un’effusione di gioia in cui la parola non si limita al raziocinio, ma esplode nell’espressività musicale. Dietrich Bonhoeffer, disse che non basta semplicemente «cantare a Dio» come in un recital formale, ma occorre «cantare Dio» in presa diretta, lasciando che la Parola trasformi l’esistenza e si faccia canto incarnato.
Il Salmo 1 affida il suo messaggio a un’immagine poetica e naturalistica di straordinaria forza: Il giusto è come un albero piantato un canale, un luogo che irrora vita attraverso l’acqua. In un territorio arido come quello mediorientale, i canali rappresentano l’opera dell’uomo che fa arrivare l’acqua dove altrimenti non ci sarebbe. La fede è proprio questa canalizzazione della grazia che permette di irrigare il deserto delle nostre vite. L’empio è come la pula volatile e secca, dispersa dal vento, priva di radici e di consistenza. Analizzando la figura dell’empio, emerge una profonda intuizione linguistica: il termine italiano “cattivo” non deriva direttamente da “male”, ma dal latino captivus, ossia prigioniero. L’empio o il malvagio è innanzitutto un prigioniero disorientato che si isola nella propria trappola. Come ricordato nel Salmo e nel libro della Genesi (con la domanda divina a Caino: «Dove sei?»), il male non sa davvero dove sta andando. L’empietà si autosanziona: l’empio scava una fossa e finisce per cadervi egli stesso, trasformando la propria vita in un’occasione perduta. A differenza della strada dell’empio che sfocia nel nulla e si perde, il Salmo si chiude affermando che «il Signore conosce la via dei giusti». Riprendendo un pensiero di Sant’Agostino, la tua via non è un percorso preconfezionato: è una strada su misura che esiste e si apre solo mentre la percorri con audacia. Dio “riconosce” questa via perché è il frutto di un cammino autentico di libertà e responsabilità.
Infine, così come le genealogie bibliche non sono aride registrazioni anagrafiche ma, come sostenuto dal teologo Claus Westermann, figure della benedizione intergenerazionale («crescete e moltiplicatevi»), la vita beata è destinata a far proliferare il bene nel tempo.
Essere “beati” non significa dunque essere esenti dalle fatiche o vivere in un’innocenza astratta. Significa scegliere di mettersi in cammino, radicare le proprie radici lungo i canali della Parola e scoprire che la via del bene non è un dovere gravoso, ma la fonte vera della nostra gioia e libertà.
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