Chi sale al piazzale di Stella Maris, a Haifa, e si volta verso il mare, compie senza saperlo un gesto a due direzioni. Gli occhi guardano a occidente: la baia si apre, le navi filano verso l’Europa, verso quella distesa di porti — Genova, Marsiglia, Lisbona — da cui, otto secoli fa, presero il largo i primi eremiti del Carmelo per portare altrove il fuoco che qui avevano custodito. Ma il corpo, i piedi, la memoria che li ha condotti fin lassù, sanno che quello sguardo occidentale è un’illusione ottica della geografia. Perché questo monte non è la fine di un cammino: ne è il principio. Non la sponda dove la corrente si posa, ma la sorgente da cui essa è scaturita.

È un paradosso che vale la pena abitare, prima ancora che spiegare. Il pellegrino che ha percorso la linea micaelica, da Skellig Michael alle scogliere d’Irlanda, fino a Symi nell’Egeo, e ora fin qui, sulla soglia del Levante, si aspetterebbe di trovare, in questo punto più orientale del suo cammino, una specie di compimento: l’ultima tappa, il sigillo geografico di un itinerario che si chiude su se stesso. E invece scopre che il Carmelo non chiude nulla. Lo apre. Perché è da questa roccia, da queste grotte scavate nel calcare sopra il Mediterraneo, che il monachesimo occidentale, con le sue soglie custodite, i suoi arcangeli posti a guardia delle altezze, i suoi eremiti che scelgono la pietra come casa, ha realmente tratto origine, per poi disperdersi verso ponente come un seme portato dal vento.

Il Carmelo, prima di essere un ordine, è stato un profeta e una grotta. È il monte di Elia, che qui affrontò e vinse i profeti di Baal con il fuoco sceso dal cielo (1 Re 18), e che qui, poco dopo, fuggendo la vendetta di Gezabele, si lasciò condurre da un angelo fino all’Oreb, per scoprire che il Dio della vittoria pubblica non abita necessariamente nello spettacolo. Non nel vento che spacca le montagne, non nel terremoto, non nel fuoco: ma in un mormorio, un sottile suono di silenzio, un “vento leggero” che alcune traduzioni rendono, forse impropriamente ma efficacemente, come “il rumore di un silenzio sottile” (1 Re 19,12). È a partire da questo evento, non dal miracolo clamoroso del Carmelo, ma dal silenzio dell’Oreb, che la tradizione eremitica occidentale, secoli più tardi, sceglierà proprio queste grotte come luogo di abitazione: uomini che, rileggendo Elia, capiscono che la vita spirituale non si gioca nell’evento straordinario ma nella fedeltà di un’attesa disarmata.

È significativo che la teologia patristica e poi carmelitana abbia sempre letto Elia non come l’eroe del fuoco, ma come il maestro del silenzio successivo. Origene, commentando i profeti, insiste sul fatto che il vero incontro con Dio avviene sempre «dopo», dopo il fragore, dopo la manifestazione plateale del sacro, quando il profeta è già sfinito, disilluso, pronto a morire. È in quella nudità che la voce può finalmente farsi udire. E i primi eremiti del Carmelo, nel XII secolo, sceglieranno di abitare letteralmente le grotte di quel monte per rendere permanente ciò che in Elia era stato un episodio: fare della grotta, non del tempio, non della città, il luogo teologico per eccellenza.

Elia non può convocare il mormorio come aveva convocato il fuoco sul Carmelo. Può solo scendere nella caverna e attendere. È la differenza, capitale per ogni spiritualità biblica, fra il sacro che si dimostra e il sacro che si dona: il primo si mette in scena, il secondo si sottrae a ogni scena per lasciarsi semplicemente ascoltare.

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