Nel precedente racconto era necessario dare dettagli storici, per raccontare le lotte e le battaglie inter-religiose avvenute, fra crociate e riconquiste moresche. Paradossalmente, proprio in questa linea di lotte e battaglie, si è addensata, nei secoli, una devozione che ha attraversato ogni confine confessionale: ebrei, cristiani di ogni rito, musulmani e drusi salgono ancora oggi al Carmelo, ciascuno riconoscendo in Elia, o Khidr della tradizione islamica, un qualcuno rispondente alla propria spiritualità. È raro trovare, in Terra Santa, un luogo dove la venerazione condivisa non nasconda tensione, ma qui, per una volta, il monte sembra davvero unire più di quanto divida, non annullando le differenze, ma collocandole tutte sotto lo sguardo dello stesso cielo.
Il nome stesso del santuario, Stella Maris, «stella del mare», appartiene a questa stratificazione di memorie: titolo mariano antichissimo, forse nato da un fraintendimento filologico di san Girolamo nel tradurre il nome ebraico di Miriam, esso si è depositato su un faro reale, costruito a fianco del monastero per segnalare ai naviganti il promontorio del Carmelo, sicché la metafora spirituale e la funzione pratica del faro sono finite, con una coincidenza che ha il sapore del simbolo, per illuminarsi a vicenda? Domanda retorica ovviamente, ma non ricca di speranza per luoghi di dominio e lotte.
Se dovessi indicare il nucleo teologico che il Carmelo custodisce lo troverei proprio in quello scarto tra il fuoco spettacolare del confronto con Baal e il mormorio sottile che accoglie Elia fuggiasco. È la stessa distanza che Kierkegaard indagava parlando della fede come «passione infinita» che si nutre non della certezza spettacolare, ma della relazione nascosta e rischiosa con l’Assoluto: il profeta che ha appena vinto la battaglia più clamorosa della sua vita si ritrova, un capitolo dopo, in fuga, disperato e chiede di morire.
Dio non lo rimprovera per la debolezza, non gli rinfaccia il fuoco che pure aveva mandato: gli si fa incontro nel modo opposto a quello con cui si era manifestato sul monte, come se volesse insegnargli, e insegnare a chiunque legga questa pagina biblica, che la fede autentica non abita soltanto nel prodigio, ma sopravvive, più vera, nel silenzio che segue la sconfitta apparente.
Martin Buber, che pure leggeva la Bibbia ebraica con strumenti lontani da quelli della dogmatica cristiana, ha insistito quanto pochi altri sul carattere dialogico di questa teofania: non un’irruzione impersonale del sacro, ma un «Io-Tu» che si rivolge a un uomo nominato, ferito, sfinito, e gli chiede, prima ancora di rispondergli, «Che fai qui, Elia?». È una domanda che la caverna di Stella Maris pone ancora, silenziosamente, a ogni pellegrino che ne scende i gradini: non tanto un rimprovero, quanto un invito a riconoscere la propria posizione, il proprio nascondimento, la propria fuga.
Vi è, in questa dinamica, qualcosa che risuona anche con la fenomenologia del volto elaborata da Lévinas: il Dio del Sinai e del Carmelo non si mostra mai come oggetto da contemplare, ma sempre come voce che convoca, e la voce, a differenza dell’immagine, esige risposta, non ammirazione. Il «mormorio di un vento leggero» non è uno spettacolo estetico, ma un appello etico che si sottrae precisamente nel momento in cui pretenderemmo di dominarlo con lo sguardo.
È forse per questo che l’arte che orna la cupola di Stella Maris colloca Elia rapito in cielo, l’immagine più gloriosa e più dipingibile della sua vicenda, mentre lascia la grotta, il luogo della debolezza e dell’ascolto, spoglia, quasi buia, accessibile solo scendendo, mai issando lo sguardo verso l’alto.
Simone Weil avrebbe forse riconosciuto in questa architettura verticale, la gloria dipinta sopra, la nuda pietra sotto, una figura della sua stessa teologia della “décréation”: la discesa come unica via che l’anima possiede per liberarsi dal proprio ingombro e lasciare spazio a Dio. E Karl Barth, dal versante della teologia riformata, avrebbe forse insistito sul fatto che proprio là dove l’uomo si aspetterebbe la Rivelazione nella sua forma più imponente, il fuoco, il terremoto, il vento, Dio sceglie invece di sottrarsi a ogni previsione umana, restando libero anche nel modo di manifestarsi: la grazia non si lascia incatenare nemmeno dalla logica religiosa più solenne.
In questo senso, l’Arcangelo Michele che dà il nome all’intero cammino di cui Stella Maris è tappa orientale non appare qui come guerriero trionfante, ma come custode della soglia, la stessa soglia che la caverna del Carmelo incarna architettonicamente: il limite tra ciò che è manifesto e ciò che resta velato, tra la storia gloriosa e la storia nascosta, tra il fuoco che consuma pubblicamente l’idolatria e il silenzio che consuma privatamente l’anima del profeta. Michele custodisce i confini; Elia li abita dall’interno, nella caverna. Il pellegrino che, dopo Cornovaglia, Normandia, Val di Susa, Gargano e Symi, giunge infine su questo monte affacciato sul Mediterraneo, scopre che la linea micaelica non conduce a un trionfo finale, ma a un ritorno all’origine più dimessa e più vera della fede: non la spada issata contro il nemico, ma la voce sottile che chiede, a ciascuno, «che fai qui».


5 risposte a “ELIA, LA CAVERNA, IL FUOCO CHE NON CONSUMA.”
Molto interessante, come sempre, grazie Rino.
bellissimo articolo Rino! Come sempre cogli la sensibilità del rivelarsi di Dio e del riconoscersi della creatura. Grazie
Credo sia ingiusto definire “povere” le parole con cui descrivi il mondo, o meglio il tuo universo. Ciò che era celato dentro di te si sta aprendo in maniera progressiva, sprigionando tutta la ricchezza che hai collezionato a piccoli passi nella tua vita. Le tue descrizioni, come i ragionamenti che fai e i parallelismi con la Scrittura, sono sempre più profondi, ardenti e appassionanti.
Non è facile trovare gli aggettivi su un episodio che racconta il cuore della relazione con Dio. Non fenomeno ma silenzio, non visione ma ascolto.L’immagine del mormorio di un vento leggero è molto evocativa e l’ebraico consente più chiavi di lettura. lo amo anche la traduzione letterale “qol demamah daqqa”, “voce di un silenzio sottile”. Mi fa pensare che il vero incontro con Dio sta nella percezione a priori di ciò che lui è, Elia non parla con i fenomeni, sente un silenzio che è già parola non pronunciata, premessa alla domanda: che fai tu qui Elia? Credo che la tua riflessione sia il cuore della definizione della relazione con Dio. Oggi tra chi si definisce credente regna quella fenomenologica, strutturalmente catofanica, mentre quella che emerge dal testo è l’esatto opposto, radicalmente apofatica, Dio si sottrae, e lo fa per essere percepito per ciò che è. Grazie Rino
Non è facile trovare gli aggettivi su un episodio che racconta il cuore della relazione con Dio. Non fenomeno ma silenzio, non visione ma ascolto.L’immagine del mormorio di un vento leggero è molto evocativa e l’ebraico consente più chiavi di lettura. lo amo anche la traduzione letterale “qol demamah daqqa”, “voce di un silenzio sottile”. Mi fa pensare che il vero incontro con Dio sta nella percezione a priori di ciò che lui è, Elia non parla con i fenomeni, sente un silenzio che è già parola non pronunciata, premessa alla domanda: che fai tu qui Elia? Credo che la tua riflessione sia il cuore della definizione della relazione con Dio. Oggi tra chi si definisce credente regna quella fenomenologica, strutturalmente catofanica, mentre quella che emerge dal testo è l’esatto opposto, radicalmente apofatica, Dio si sottrae, e lo fa per essere percepito per ciò che è. Grazie Rino