Usciamo dal Piemonte e spero che le note sulla Sacra di San Michele vi siano piaciute. A me pare di si visto che, in temini assoluti, hanno ricevuto più visualizzazioni e commenti. Vi ringrazio di cuore. Tra l’altro un amico lettore mi ha anche suggerito che, seppure fuori dalla linea micaelica, in senso geografico, a Roma, Castel Sant’Angelo, ha elementi importanti da rilevare sul culto angelico-micaelico. Sicuramente ripercorrerò anche questo luogo che ho avuto modo di vedere e conoscere, anzi la Facoltà Valdese di Teologia era a qualche centinaio di metri e ci sono stato un paio di volte nei tre anni di studi. Le interazioni con chi legge e commenta sono sempre uno stimolo importante per me.

Ora raggiungiamo la Puglia, dove, nel cuore del Gargano, c’è il secondo luogo italiano di questo cammino micaelico. L’Italia è l’unica nazione che ne può vantare due! Siamo in provincia di Foggia è qui troviamo Monte Sant’Angelo. Se il primo svetta in alto, con tutta la simbologia che racchiude l’elevazione degli edifici verso il cielo (non solo fisico ma anche metafisico), qui abbiamo un ribaltamento incredibile. Scendiamo in basso, sotto una semplice linea rocciosa, una superficie sottile tra ciò che si vede e ciò che non si vede. Un simbolo anch’esso: una fede che si pratica collettivamente, con simboli e luoghi visibili ma che si immerge nell’invisibilità dei suoi significanti.  Monte Sant’Angelo sorge sul promontorio del Gargano come una sentinella sopra il mare Adriatico, a oltre ottocento metri di quota. Il borgo è antico, labirintico, costruito con la stessa calcare bianca della montagna, ma il cuore del luogo non è nelle strade né nelle case: è sotto. È una grotta.  La Grotta dell’Arcangelo Michele è un fenomeno naturale che la devozione popolare ha trasformato, nel corso di quindici secoli, in uno dei santuari più visitati del mondo cristiano. Non fu costruita da mani umane. Non esistono fondazioni, non esiste un architetto. La grotta era già lì, e questo la rendeva, agli occhi dei fedeli medievali, indiscutibilmente sacra: un luogo che Dio aveva preparato prima ancora che gli uomini sapessero cercarlo.

Siamo alla fine del V secolo. Il vescovo Lorenzo Maiorano, di Siponto, antica città costiera oggi sepolta sotto Manfredonia, secondo una tradizione, fu raggiunto dalla storia di un ricco proprietario terriero che stava cercando un toro fuggito dal suo gregge. Lo trovò all’imbocco di una caverna, immobile, come inchiodato. Un suo arciere cercò di uccidere questo bovino ribelle, ma la freccia tornò indietro e colpì l’arciere stesso. Il vescovo, interrogato sul prodigio, digiunò tre giorni. Poi, la notte del 29 settembre 490, Michele Arcangelo gli apparve in sogno: “Questa grotta è sacra a me. Dove la roccia si apre, lì è il confine del Cielo.”

È una storia che, analizzata attraverso la lente dell’antropologia delle religioni, rivela strutture universali. Il toro è animale solare e lunare insieme, totem di innumerevoli culture mediterranee precristiane: nella grotta del Gargano potrebbe esserci la memoria di un culto pagano e probabilmente dedicato a Calcante, il mitico indovino greco che secondo alcune fonti antiche morì e fu sepolto proprio sul Gargano, o forse a Podalirio, suo figlio, venerato come guaritore in una grotta locale. Il cristianesimo non cancellò questi strati, come abbiamo visto altrove, li trasfigurò, conservando la sacralità del sito e cambiandone il titolare.

È quello che Mircea Eliade, antropologo delle religioni, chiamava ierofania, la manifestazione del sacro in un luogo fisico preciso, che da quel momento diventa axis mundi, asse del mondo, punto di contatto tra i piani dell’esistenza.

Chi entra nella grotta oggi — scendendo gli ottantasei scalini che portano sotto il livello stradale, passando sotto il campanile angioino che si erge come un faro sulla roccia, sperimenta qualcosa di fisicamente peculiare. La temperatura scende, la luce cambia, il suono si ovatta. Il corpo sa, prima della mente, di essere in un luogo diverso.

L’antropologa Victor Turner ha analizzato la struttura del pellegrinaggio in termini di raggiungimento di soglie, di limiti e di liminalità (dal latino limen), soglia. Il pellegrino, nel corso del viaggio e all’arrivo al santuario, attraversa uno stato intermedio: non è più ciò che era, non è ancora ciò che sarà è immerso in un “tra”, rimane sospeso…

Le grotte hanno sempre incarnato questo stato. In quasi ogni tradizione religiosa del mondo, dalla Cappadocia all’India, dalla Grecia pre-classica alle Americhe indigene, le caverne sono luoghi di rivelazione, di morte simbolica e rinascita. Platone ambientò nella caverna la sua più celebre allegoria. Maometto ricevette la prima rivelazione in una grotta sul monte Hira. Il Buddha meditò in grotte. Gesù nasce in una grotta secondo le tradizioni più antiche (non in una stalla aperta, come l’iconografia popolare vuole).

La grotta di Monte Sant’Angelo si inserisce perfettamente in questo archetipo. Non è cristiana perché ha accolto il Cristianesimo: è sacra prima, per ragioni che affondano nell’anatomia psicologica dell’essere umano. La religione le ha dato un nome, un volto, un calendario. Ma la sacralità era già nella roccia.

Tornerò sul narrare questo luogo, in un mio prossimo racconto ma oggi mi interessava affrontare il concetto di limite e soglia, sempre presente nel linguaggio del sacro nell’uomo. Una soglia che si attraversa, proprio come tra la morte e la vita, la soglia per antonomasia.

Il mio prossimo racconto verrà pubblicato Martedi 28 aprile. Fino a quella data sarò in Guatemala, accompagnando un gruppo di sostenitori di Compassion e quindi molto impegnato. Sicuramente non disdegnerete quindici giorni di pausa.

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