Siamo sempre alla Sacra di San Michele in Val Susa e come vi avevo promesso mi intratterrò di più su questo luogo. Ogni dettaglio architettonico che un turista vede è attraversato velocemente, con scarne nozioni sulla sua origine e spesso altrettanto scarne informazioni sul suo esistere. Tra le strutture più enigmatiche e cariche di significato, all’interno di questo luogo c’è la cosiddetta Scala dei Morti che costituisce uno dei percorsi iniziatici più potenti dell’architettura medievale italiana: una scalinata scavata e costruita nelle viscere della montagna stessa, lungo la quale i pellegrini percorrevano un cammino simbolicamente carico di morte e rinascita spirituale.

Oggi cercheremo di esplorare in particolare proprio la Scala dei Morti nei suoi tre livelli fondamentali: quello storico-architettonico, che ne ricostruisce le origini e le funzioni nel contesto abbaziale; quello teologico, che ne illumina il significato all’interno della cosmologia cristiana medievale; e quello filosofico, che ne interroga il rapporto con la morte come esperienza universale dell’essere umano.

La Scala dei Morti è una scalinata monumentale ricavata in parte nella viva roccia del Monte Pirchiriano, in parte in strutture murarie addossate alla montagna. Conta circa novantadue gradini, disposti su un asse verticale di rara imponenza, e conduce dall’ingresso del complesso verso la zona presbiteriale, attraversando ambienti ipogei e solenni. Lungo la scalinata, in passato, in nicchie e arcate ricavate nella pietra, si trovavano resti ossei e reperti scheletrici di monaci e nobili sepolti all’interno della stessa struttura, da cui deriva il nome con cui il passaggio è conosciuto fin dal Medioevo.

La pratica di seppellire i defunti lungo i percorsi di accesso ai luoghi sacri non era insolita nell’Europa medievale, ma alla Sacra di San Michele essa raggiunge una sistematicità e un’evidenza scenica senza pari. I fedeli che salivano verso la chiesa dovevano letteralmente camminare tra i resti dei morti, attraversare la memoria corporea di coloro che li avevano preceduti. Non si trattava di un memento mori come potremmo immaginarlo ora e tantomeno elemento “decorativo” perché nulla è secondario all’interno del pensiero religioso medievale: nella sua “crudezza” era il preludio obbligatorio all’incontro con il sacro. Solo morendo si incontra l’assoluto, seppure di assoluto abbiamo sete e fame quando siamo in vita. In questa disposizione possiamo leggere, attraverso la pietra viva, la competizione stessa tra architettura e spiritualità. La scala dei morti cerca di abbassare la dimensione egotica umana, riducendola e riproporzionandola alla sua caducità, ma al tempo stesso disegna, fisicamente, un percorso di elevazione, di un “non ancora” scavato nella solidità della roccia a fronte della debolezza della nostra transitoria fisicità.

La scala era accessibile a pellegrini e monaci e assumeva particolare solennità durante i riti funebri e nelle processioni penitenziali. L’abate e i canonici percorrevano queste scale in occasioni liturgiche solenni, trasformando la salita fisica in un atto di preghiera collettiva. I documenti abbaziali medievali attestano la presenza di sepolture nobiliari lungo il percorso almeno dall’XI secolo, con famiglie signorili piemontesi che ambivano a essere sepolte in prossimità della scala stessa, ritenuta un luogo di particolare intercessione spirituale. Nel precedente racconto vi avevo detto che Umberto Eco aveva preso ispirazione da questo luogo per il suo più celebre romanzo “Il nome della Rosa”, ma non vi avevo ancora detto che la Sacra di San Michele è menzionata nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Nel canto XXXII del Purgatorio, il poeta fa riferimento alla tradizione benedettina-cluniacense di cui la Sacra faceva parte. Alcuni studiosi danteschi hanno rilevato affinità strutturali tra il percorso del Purgatorio e la tipologia architettonica delle abbazie rupestri alpine, nelle quali la salita fisica attraverso spazi progressivamente più sacri rispecchia il cammino dell’anima verso la purificazione, in parallelo narrativo con il racconto dantesco e il luogo di cui stiamo parlando.

La teologia cristiana medievale aveva un rapporto con il corpo umano e in particolare con il corpo morto, profondamente diverso da quello della sensibilità moderna. La dottrina della Resurrezione della carne, formulata sin dalle lettere paoline e sviluppata con rigore speculativo da Agostino e dall’intera tradizione scolastica, imponeva di guardare al cadavere non come a un residuo da smaltire, ma come a un deposito sacro, un involucro che avrebbe un giorno ricevuto nuovamente lo spirito nella gloria finale.

Lungo la Scala dei Morti, le ossa esposte o custodite nelle nicchie non erano quindi semplici resti anatomici: erano anticipazioni di Risurrezione, testimonianze di una vita già compiuta in Cristo e in attesa di compimento escatologico. La loro presenza nel percorso di accesso alla chiesa trasformava la scalinata in un’anticamera del giudizio, un corridoio tra il tempo e l’eternità. Il fedele che saliva non stava semplicemente entrando in un edificio religioso: stava attraversando il confine simbolico tra la condizione mortale e la promessa dell’immortalità.

Quello che ora noi percepiremo come reperto macabro di una spiritualità votata alla paura (ed in parte era così), secondo la mentalità spirituale del tempo la caducità della vita rappresentava una vocazione alla speranza. In effetti è un concetto che a noi sfugge, ma come spesso capita, le chiavi di lettura simboliche cambiano, si modificano e mutano di significato nel tempo. Un esempio che ho trovato interessante ve lo ripropongo ora.

San Bonaventura da Bagnoregio, nel suo Itinerarium mentis in Deum scritto nel 1259, descrive il percorso dell’anima verso Dio come un cammino in sei stadi progressivi, dal mondo sensibile fino alla contemplazione mistica. Questo schema neoplatonico-cristiano trovava nelle architetture verticali medievali una traduzione spaziale quasi letterale. Le abbazie costruite in quota, come la Sacra di San Michele, il Mont Saint-Michel in Normandia o il monastero di Montserrat in Catalogna (che ho visitato nel 2005 e di cui vorrò parlarvi in futuro), incarnavano fisicamente la dinamica dell’ascesa spirituale: «La scala è il corpo del desiderio. Ogni gradino è un grado di distanza dalla terra e di avvicinamento a Dio. La fatica delle gambe è la fatica dell’anima che si purifica.» — meditazione medievale, anonimo, XII sec

Nella Scala dei Morti questa logica raggiunge la sua espressione più drammatica. Il fedele non solo sale: sale tra i morti. La verticalità fisica è accompagnata da una verticalità ontologica: si lascia il piano orizzontale dell’esistenza quotidiana, il piano dei vivi, e si attraversa il piano intermedio dei defunti, per approssimarsi al piano superiore del divino. È un’ascensione a tre livelli che rispecchia la struttura tripartita del cosmo medievale: terra, purgatorio, paradiso. Nel prossimo racconto vi parlerò del portale dello zodiaco, ancora a spasso nella Sacra di San Michele in Val Susa ed ancora gironzolare tra particolarità della spiritualità umana.

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Una risposta a “La “Scala dei Morti”. La soglia tra vita e morte.”

  1. Avatar Alessandro Dipietro
    Alessandro Dipietro

    Semplicemente perfetto! Un racconto che si fa storia, spiritualità ed esperienza di una società controversa come quella medievale. Grazie Rino!

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© Rino Sciaraffa