Ci sono luoghi che non si limitano a esistere, ispirano, si impongono e pretendono. Ispirano silenzio, impongono uno sguardo, pretendono una qualche forma di resa. La Sacra di San Michele è uno di questi. Arroccata sullo sperone del Monte Pirchiriano, all’imbocco della Valle di Susa, quest’abbazia benedettina guarda da oltre mille anni la pianura piemontese. Da sempre valico e luogo di passaggio nonostante le Alpi, alle sue spalle sembrano chiudere ad occidente ogni spazio. Un luogo del cuore per me, uno spazio che ho visitato decine di volte, da solo o accompagnando amici a vedere questa meraviglia secolare. Come me, ogni anno, decine di migliaia di visitatori salgono i 243 gradini della celebre Scalone dei Morti — così chiamato perché un tempo lungo i suoi muri venivano deposti i corpi dei monaci defunti — per raggiungere la chiesa abbaziale. Si viene qui sopra per l’arte, la storia e qualcuno per la fede. Mi soffermerò un po’ di più su questo luogo, vuoi perché lo conosco abbastanza bene, vuoi perché vorrei cogliere alcuni elementi caratteristici della spiritualità e dei suoi codici narrativi, lontani da noi, ma che hanno costruito un linguaggio simbolico affascinante, interessante e qualche volta inquietante.

La fondazione della Sacra è avvolta in quell’aurea mistico-mitologica, ripresa spesso nelle origini dei luoghi santi. Le fonti più antiche, risalenti all’XI secolo, attribuiscono la costruzione di un primo oratorio a un eremita di nome Giovanni Vincenzo, attorno al 983 secondo alcune cronache. Ma la tradizione più suggestiva parla di un sogno: quello di Ugo di Montboissier, un nobile francese che, colpito da una misteriosa malattia durante un pellegrinaggio, avrebbe avuto una visione dell’arcangelo Michele con l’ordine di edificare un luogo di culto su quel picco di roccia. Ricorderete che il tema del sogno è stato narrato anche nel mio precedente racconto sul Saint Michael Mount in Cornovaglia? Tra l’altro, il tema del sogno lo riprenderò in futuro in una serie di racconti, perché profondamente intriso nelle varie spiritualità: il sogno come “porta d’accesso” alla rivelazione divina, al dialogo confuso e caliginoso fra l’umano ed il divino. Ma ne parlerò prossimamente, promesso!

Tornando a noi, che si tratti di visione mistica o di conveniente giustificazione politica, il risultato è comunque straordinario: in pochi decenni, sullo sperone del Pirchiriano vengono erette strutture imponenti, affidate prima a monaci benedettini, poi — nel XII secolo — alla Congregazione della Sacra, e infine, nel 1622, ai Rosminiani. Nel Medioevo il monastero esercitò un’influenza enorme: controllava decine di chiese e priorati in tutta Europa, ospitava pellegrini che percorrevano la Via Francigena diretti a Roma, e accumulava privilegi imperiali e pontifici con impressionante continuità. Non dobbiamo stupirci di questo, un tempo la prospettiva spirituale non era mai slegata alla dimensione politica ed entrambe si fecondavano reciprocamente.

Nel 1836, tuttavia, il monastero fu soppresso dal governo sabaudo. Per quasi mezzo secolo rimase abbandonato, preda del degrado. Fu il re Carlo Alberto, colpito dalla triste sorte dell’abbazia, a volerne il restauro e a trasformarla nel mausoleo della casata reale. Ancora oggi, nelle cappelle della chiesa, riposano i resti di numerosi principi di Casa Savoia.

Ora riprendo il tema di fondo del culto micaelico. Ho parlato, nei miei precedenti tre racconti, del fatto che i Longobardi assimilarono il culto micaelico sostituendolo a quello pagano di Odino. Oggi mi soffermo sul nome stesso di questo arcangelo, che è, nella sua forma stessa, una domanda retorica: Michele — Mi-ka-El (מִיכָאֵל) «Chi è come Dio?» Essa sembra essere una domanda, ma non lo è! Questa non è una sottigliezza grammaticale: è il cuore di tutta la “teologia” insita in questo nome. Il nome del più grande degli angeli non dichiara la grandezza di Dio, ma la interroga, o meglio, la afferma attraverso l’interrogazione. La risposta implicita — «Nessuno» — risuona più forte di qualsiasi predicato positivo. È il silenzio che risponde, e quel silenzio è la trascendenza.

Siamo davanti a una forma retorica che gli ebrei conoscono bene: la domanda che non attende risposta perché è la risposta. Mi kamocha ba-elim Adonai? — «Chi è come te fra gli dèi, Signore?» (Es 15,11). Michele porta dentro il proprio nome quella stessa domanda che Israele canta dopo il passaggio del mare. Il cantico di Mosè e il nome dell’arcangelo condividono la medesima struttura mentale: la incomparabilità di Dio non si dimostra, si proclama interrogando.

Questo nome di battaglia, al tempo stesso interrogativo ed affermativo, nella spiritualità del tempo passato è il protettore dei guerrieri, in alcune tradizioni è il psicopompo (dal greco psyché, anima, e pompós, conduttore), ovvero un traghettatore di anime dal mondo fisico a quello dell’Eternità, come lo furono Ermete nella mitologia greca o Aken nella mitologia dell’antico Egitto. Oppure come Anubi, sempre nella mitologia egizia, Michele è il pesatore delle anime nel giudizio finale ed è, al tempo stesso, angelo della morte, una figura di confine tra l’umano ed il divino, tra il temporaneo e l’eterno.

Come abbiamo visto i santuari dedicati a Michele sorgano spesso in luoghi elevati, su promontori, speroni rocciosi, cime. La tradizione collegava l’alto con il sacro, e l’arcangelo — essere di luce che abita «tra il cielo e la terra» — pareva esigere luoghi che si avvicinassero al cielo. Un edificio che sembra nascere dalla roccia e la pietra montana diventa una continuità indissolubile con l’opera delle mani. Anche qui vediamo il divino (la natura) e l’umano in una stretta contingenza. Non c’è separazione tra il naturale e il costruito — e questo, in chiave teologica, non è un caso. Il Medioevo leggeva nel paesaggio i segni del divino: costruire «nella roccia» significava costruire «sulla roccia», il fondamento evangelico visto in Gesù e nelle Sue parole, come l’affermazione (letta in chiave protestante) del “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, (Matteo 16,18), la cui roccia non è il ministero papale ma la confessione di fede del pescatore-discepolo Pietro.

Nei prossimi racconti aggiungerò dettagli architettonici e teologici di questo luogo, per ora voglio solo ricordare che Umberto Eco, scrivendo “Il nome della Rosa” ha sempre ammesso che la Sacra di San Michele fu una delle fonti di ispirazione per l’abbazia del romanzo — con la sua architettura labirintica, la sua posizione solitaria, la sua atmosfera sospesa tra sacro e perturbante, esattamente come questo celebre romanzo ripercorre una vicenda torbida tra questi due elementi.

Alla prossima settimana, con un pò di suspense per voi, miei gentili lettori.

Avatar Rino Sciaraffa

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4 risposte a “La sacra di San Michele, dove la pietra tocca il cielo.”

  1. Avatar solinasenea2021
    solinasenea2021

    Sorprendente la ricognizione etimologica del Nome dell’Arcangelo Michele come costante affermazione attraverso una interrogazione. Mi ha richiamato alla memoria il vedico ‘ka’

    pronome interrogativo chi? Nome segreto del progenitore dei deva Prajapati, nella mitologia preinduista e presupposto trascendentale appunto della ricerca del sé e della succesiva relazione non duale tra Io e Sé.

    anche in questo caso un pronome che afferma interrogando e rinvia al silenzio interiore.

    già mi era nota la simmetria e nesso tra Michele con alcune caratteristiche di deità pagane. Ma più che di derivazioni o analogie prediligo la coincidenza di una visione spirituale che averte e sente certi legami, diversamente elaborata da culture specifiche. La mitologia comparata di Campbell o la semplificazione e riduzione ad una ipotetica radice comune è un gioco che fino ad alcuni lustri fa trovava un certo riscontro perché suggestivo, ma poco attendibile.

    ogni tradizione va considerata con pertinenza alla cultura e periodo storico.

    diciamo che il bello del cammino che ci stai proponendo inciampa in questi incroci per usare una metafora… E l’interrogazione se mai si amplifica. Ma l’invito è sempre quello di cercare e trovare un silenzio interiore ove sentire comunione senza indugiare su scarti verbali o presunte correlazioni.

    1. Avatar Rino Sciaraffa

      Grazie per il tuo bellissimo e ricco commento. Come sempre lo fai con precisione dialettica, che ti contraddistingue. Il parallelo con ka vedico è davvero illuminante e rivela come certe intuizioni dell’umano — il sacro come domanda, il nome come soglia, il silenzio come risposta — emergano in modi indipendenti da tradizioni lontanissime tra loro. Non per derivazione, non per radice comune ipotetica, ma perché forse toccano qualcosa che precede le parole stesse.

      Hai ragione a diffidare della mitologia comparata ridotta a sistema. Campbell era un narratore straordinario, ma il fascino delle sue grandi mappe rischiava di appiattire ciò che invece vive proprio nella sua irriducibile particolarità culturale. Ogni tradizione ha la sua grammatica del sacro, e tradurla in un esperanto spirituale è già in qualche modo tradirla.

      Io propongo di usare la coincidenza come amplificatore della domanda, non come risposta. Michele che interroga — Chi come Dio? — e Prajapati che si nasconde nell’interrogativo stesso: non si tratta di dire che sono la stessa cosa, ma di lasciarsi interrogare da entrambi, con la stessa disponibilità al non-sapere.

      È precisamente lì, come dici, che il cammino inciampa in modo fecondo. Non si cade, si viene fermati. E quella sosta è già una forma di ascolto.

      Il silenzio interiore che evochi non è allora mero svuotamento, ma qualcosa di più attivo: è il luogo in cui le parole delle tradizioni smettono di competere e cominciano a risuonare. Non in unisono, — quello sarebbe troppo comodo, ma in una polifonia che non chiede di essere risolta.

      La nostra mente ama gli scarti, li misura, ci costruisce sopra identità e appartenenze. Rinunciare a questo non è rinunciare al pensiero, ma portarlo fino al suo bordo, dove comincia qualcosa che il pensiero non può nominare, solo presagire.

  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Alla prossima e grazie per questa perla sconosciuta a me.

    1. Avatar Rino Sciaraffa

      Grazie caro Domenico. Anche io ho cominciato a seguire il tuo blog, altrettanto interessante.

© Rino Sciaraffa