Nel precedente racconto vi ho cominciato a parlare del cammino micaelico, che ho preso a cuore perché una delle sue tappe è nella mia Regione di residenza. Altro motivo perché, come in precedenti miei racconti, vi ho parlato di luoghi di spiritualità di particolare curiosità e (spero) interesse. Oggi partiamo dal punto più a nord ovest, dodici chilometri dalla costa sud-occidentale dell’Irlanda, qui, nelle coste atlantiche si erge Skellig Michael, una piramide di roccia che si innalza per 218 metri sul livello del mare. Questo isolotto remoto e inospitale è stato per secoli il teatro di una delle esperienze monastiche più straordinarie della cristianità europea, un luogo dove la ricerca spirituale si è fusa con la sfida della natura più selvaggia.  

La storia monastica di Skellig Michael affonda le sue radici nel periodo tra il VI e il VII secolo, quando monaci irlandesi spinti da un ideale ascetico radicale scelsero questo scoglio battuto dal vento gelido dell’Oceano Atlantico come luogo di ritiro spirituale. La scelta non fu casuale perché nel cristianesimo celtico irlandese era diffusa la pratica del peregrinatio pro Christo, il pellegrinaggio per amore di Cristo che comportava l’abbandono volontario della patria per trovare il proprio “deserto”, il luogo della prova e della trasformazione spirituale. Se i Padri del Deserto egiziani avevano cercato Dio nelle sabbie infuocate, i monaci irlandesi lo cercarono sulle rocce spazzate dai venti atlantici. Skellig Michael rappresentava il margine ultimo del mondo conosciuto, il confine tra la terra e l’ignoto, un luogo perfetto per chi cercava la solitudine radicale. Raggiungere questo luogo era e rimane di per sé un’impresa. I monaci dovevano affrontare acque pericolose in piccole imbarcazioni di pelle e legno, i curraghs, per poi scalare oltre 600 gradini scavati nella roccia che conducono alla terrazza monastica situata a circa 180 metri di altezza.

Il complesso monastico, straordinariamente ben conservato, comprendeva sei celle a forma di alveare costruite con la tecnica del corbelling (pietre sovrapposte a secco senza malta), due oratori, una chiesa, alcune croci scolpite nella pietra e numerose tombe. La vita dei monaci seguiva il ritmo severo della Regola monastica, scandita dalle ore canoniche di preghiera, dal lavoro manuale necessario alla sopravvivenza, dalla trascrizione di manoscritti e dalla contemplazione. Coltivavano piccoli orti nei terrazzi ricavati dalla roccia, pescavano, raccoglievano uova di uccelli marini dalle scogliere, raccoglievano l’acqua piovana. Ogni aspetto dell’esistenza richiedeva uno sforzo immane, e proprio in questo sforzo i monaci vedevano un cammino di purificazione e di avvicinamento a Dio. Tra l’VIII e il XII secolo, Skellig Michael divenne un importante centro spirituale, meta di pellegrinaggi e luogo di formazione monastica.

Tra i resti più significativi di Skellig Michael vi sono diverse croci, tra cui spicca una High Cross scolpita nella roccia viva presso l’oratorio principale. Le High Crosses, o Croci Alte, rappresentano uno degli elementi più caratteristici del cristianesimo celtico irlandese e costituiscono un ponte straordinario tra l’arte, la spiritualità e la teologia medievale. Essa è costituita dalla presenza del cerchio che unisce i bracci della croce: il cerchio rappresenta l’eternità, la perfezione divina, l’infinito senza inizio né fine. Unito alla croce, simbolo del sacrificio di Cristo e della redenzione dell’umanità. Questa sintetizza il mistero centrale del cristianesimo: l’irruzione dell’eterno nel tempo, dell’infinito nel finito, del divino nell’umano. La croce inscritta nel cerchio diventa così immagine della riconciliazione tra cielo e terra, tra la dimensione orizzontale dell’esistenza umana (il braccio orizzontale della croce) e la dimensione verticale della trascendenza (il braccio verticale).

Per i monaci irlandesi, questa croce rappresentava più di un simbolo: era la presenza tangibile del Cristo che aveva santificato la loro lotta quotidiana contro gli elementi, che trasformava la loro sofferenza in offerta spirituale, che rendeva quella roccia battuta dal vento un punto di contatto tra cielo e terra.  Il significato spirituale della High Cross si arricchisce di un ulteriore livello quando la si considera nel contesto della tradizione celtica pre-cristiana. Il cerchio evocava l’antica simbologia solare, profondamente radicata nella spiritualità celtica che i monaci “cristianizzatori” non vollero negare ma sublimarono: Cristo diventa il “sole di giustizia”, la vera luce che illumina ogni uomo. Questa sintesi teologica testimonia la capacità del cristianesimo irlandese di dialogare con il patrimonio culturale precedente, trasformandolo dall’interno.

Oggi Skellig Michael, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità nel 1996, continua ad affascinare visitatori da tutto il mondo. La sua fama recente, amplificata dall’apparizione nei film di Star Wars, ha portato migliaia di persone a intraprendere il difficile viaggio verso l’isola.

Avatar Rino Sciaraffa

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5 risposte a “Le Croci Alte di Skellig Michael, tra storia e simboli.”

  1. Avatar Alessandro Dipietro
    Alessandro Dipietro

    Grazie Rino; più che un racconto, una vera e propria esperienza che mi ha proiettato in un epoca si lontana, ma che ancora oggi racconta. Il tuo racconto, rende attuale una storia impressa tra quelle rocce, in questi luoghi.

  2. Avatar Amelia Roncavasaglia
    Amelia Roncavasaglia

    Conoscere questo luogo attraverso la tua narrazione crea una sensazione che è al tempo stesso affascinante ed inquietante! Sempre stimolo per guardarsi dentro! GRAZIE!

  3. Avatar Aldo
    Aldo

    Non si devono giudicare le scelte di uomini alla ricerca di solitudine. I monaci di Skellig Michael hanno sfidato la severità del clima e del luogo ma alla fine hanno ritrovato se stessi. Quello che conta è la pace interiore, l’avere incontrato il Signore, aver avuto le risposte esistenziali alla domanda sul senso della vita. Non è cosa da poco. Per vincere i rumori della vita frenetica dei nostri tempi, ben vengano luoghi come Skellig Michael come offerta di raccoglimento. Grazie Rino per avercelo fatto conoscere.

  4. Avatar Silvia Sgarminato
    Silvia Sgarminato

    ciao Rino. Molto interessante questo racconto, come del resto tutti! C e’ sempre da imparare qualcosa dai tuoi scritti e ci fai viaggiare con la mente talmente bene, che sembra di essere proprio fisicamente in tutti questi posti particolari, che magari non avremo mai l’occasione di visitare… Grazie di cuore!

  5. Avatar Nicolò
    Nicolò

    Alcune persone hanno bisogno in certi momenti della propria vita di trovare un luogo remoto e inospitale dove poter trovare la propria nudità di fronte a Dio. Simboli e immagini ci possono aiutare a ricordare anche questo. Tanto di cappello per chi riesce a fare questo per tutta la sua vita!

© Rino Sciaraffa