I miei ultimi testi sul blog, come avrete notato, hanno ripercorso tre direttrici importanti nella spiritualità cristiana: la preghiera, i monasteri e il cammino. Preferisco chiamarlo cammino piuttosto che pellegrinaggio perché, il primo ha una grammatica diversa, che va oltre la dimensione votiva-devozionale: il cammino ha anch’esso un’algebra interiore che abbraccia l’anima e la riconcilia con l’esistenza. I miei racconti hanno cronologicamente anticipato l’uscita di un film comico, in questi giorni nelle sale cinematografiche. Tra l’altro, andatelo a vedere, perché oltre esser molto divertente ha un risvolto profondo: un percorso di avvicinamento generazionale, sempre importante da fare per chi è genitore, ma inoltre narra anche la metanoia – μετάνοια (trasformazione interiore) del personaggio principale. È splendido ritrovare in un film, che sta facendo il “botto” nei botteghini delle sale per la sua comicità, un ritorno significativo del senso di un cammino.
Vorrei portarvi a spasso per l’Europa, in una traiettoria che la attraversa da Ovest ad Est, un cammino che si snoda una linea misteriosa e sacra e si tratta di un allineamento di santuari dedicati all’Arcangelo Michele che dall’Irlanda giunge fino al Monte Carmelo in Terra Santa. Questo percorso, conosciuto come “Via Angelica” o “Linea di San Michele”, rappresenta una delle testimonianze più affascinanti della spiritualità medievale. Tra l’altro, abitando a Torino, sono a pochi chilometri di distanza da uno di questi sette punti. Per chi vive in Piemonte sa che si tratta della Sacra di San Michele, il simbolo indiscusso della nostra Regione e punto di attraversamento della conosciuta “Via Francigena”, meno nota del “Cammino di Santiago”, ma a suo tempo non meno famosa, anzi forse storicamente la più percorsa, perché portava direttamente al “cuore” della cristianità, ovvero Roma.
La linea Micaelica collega sette santuari principali, allineati secondo una direttrice che segue il tragitto del sole al tramonto al suo sorgere e non è una coincidenza: nella simbologia cristiana medievale, Michele è il principe delle milizie celesti, colui che combatte il drago dell’Apocalisse, e la sua figura viene associata alla luce che trionfa sulle tenebre.
Il primo punto della linea si trova nell’oceano Atlantico, su uno sperone roccioso alto 230 metri. Qui, dal VI secolo, monaci irlandesi costruirono un monastero dedicato all’Arcangelo, vivendo in condizioni di estrema austerità. Il famoso drammaturgo inglese George Bernard Shaw, la descrisse cosi: «Un incredibile, impossibile, folle posto, che ancora induce devoti a fare “stazioni” ad ogni gradino, a strisciare in antri bui ad altitudini impensabili, e a baciare “pietre di panico” che si gettano a 700 piedi d’altezza sull’Atlantico.»[1]. Il suo nome è Skelling Michael, in irlandese, “la roccia di Michele”. Il secondo, il cui nome è St. Michael’s Mount (Cornovaglia, Inghilterra) è situato su un’isola tidale, celebre perché il lembo di terra che la unisce al “Continente” emerge dalle acque durante la bassa marea. Se da questa descrizione vi viene in mente il più famoso Mont Saint-Michel francese, avete ragione! Strana coincidenza vero?. Tralascio le tradizioni narrative e mitiche che legano i due luoghi “gemelli”, per dirvi che fra i due santuari, il secondo affascina per la sua architettura cosi vertiginosa sembra sfidare la terra e la roccia protendendosi verso il Cielo. Un richiamo alla forza del pellegrino che deve attraversare la terra non solo nella direzione piana, ma anche con lo sforzo della salita verso l’alto. La vita spirituale è cammino ma è, al tempo stesso, salita, fatica costate, passo dopo passo nella polvere del quotidiano ed è anche scalata attraverso la roccia dell’asperità.
La Sacra di San Michele, in Val Susa è arroccata su uno sperone roccioso a 962 metri di altezza, domina la valle che collega Italia e Francia. Fondata tra il 983 e il 987, divenne uno dei più importanti monasteri benedettini d’Europa e punto nodale della Via Francigena. Lo Scalone dei Morti, che conduce alla chiesa attraverso la roccia viva, simboleggia il passaggio dalla morte alla vita, dalla terra al cielo. Di questo luogo vi racconterò qualcosa di singolare nei prossimi racconti, sia perché la conosco personalmente molto bene, sia perché sono stato sempre affascinato dalla “magia” di questo luogo al quale lego molti ricordi.
Attraversando la penisola italica si arriva a Monte Sant’Angelo in Puglia, nel Gargano nel Santuario di San Michele Arcangelo, (che ho avuto modo di visitare), si trova una particolarità: è l’unico dei santuari micaelici a essere una grotta naturale anziché una costruzione umana. Secondo la tradizione, l’Arcangelo Michele apparve qui nel 490 e nel 493 d.C., rendendo la grotta “non costruita da mani d’uomo” un luogo di particolare sacralità. I pellegrini medievali scendevano nella grotta attraverso scale scavate nella roccia, in un movimento discendente che paradossalmente conduceva all’elevazione spirituale. Questo santuario era meta fondamentale della “Via Sacra Langobardorum”, il percorso che i Longobardi, devoti a San Michele, seguivano per raggiungere i porti pugliesi prima di imbarcarsi per la Terra Santa.
La via micaelica unisce anche il mondo latino e quello greco, in una continuità tra cristiani di rito ortodosso a quelli di rito cattolico-romano. Questo monastero si trova sull’isola di Symi, in Grecia, nel mediterraneo orientale. Nuovamente su un’isola come quelli precedentemente descritti, perché anche le isole, oltre ai monti, hanno sempre avuto un nesso con la spiritualità ad identificare che sia salendo, sia andando verso un’isola, il “cammino” è sempre porzione e proporzione individuale di una scelta e di una ricerca. Il punto finale della linea sacra si trova in Terra Santa, dove il monastero di Stella Maris è dedicato alla Madonna del Carmelo, ma la tradizione associa il luogo anche all’Arcangelo Michele. Si, quel monte Carmelo (in ebraico Har HaKarmel o anche Kerem-El, letteralmente, “Vigna di Dio”), che nel testo biblico viene descritto come luogo di “residenza” il Profeta Elia, dove sfidò i profeti di Ba’al (1 Re 18,17-40), ma dal quale dovette poi fuggire. Una vittoria che produsse in lui una fuga e proprio da questo luogo di fuga, simbolicamente convergono tutti i percorsi di pellegrinaggio cristiani, nella terra dove il cristianesimo nacque. E qui un ultimo riferimento al pellegrinaggio, ovvero il concetto delHomo viator (uomo viandante), essenza stessa dell’esistenza cristiana, un percorrere un viaggio di vita terremo paragonabile ad un viaggio nella vita ordinaria per giungere, a fine esistenza, alla “Gerusalemme Celeste”.
Camminiamo ancora insieme….per 7 differenti luoghi… ed anche questo numero è significativo per chi è abituato al linguaggio biblico.

