Il 27 gennaio di ogni anno, il mondo si ferma per commemorare le vittime della Shoah. Questa data, scelta per ricordare la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau nel 1945, non è semplicemente un appuntamento rituale con il passato, ma rappresenta un tempo di profonda portata: la trasformazione del tempo cronologico in tempo memoriale, del mero accadimento storico in evento fondativo della coscienza collettiva.
Lo scorso anno, nel mio blog, in occasione della Giornata della Memoria, vi ho parlato delle pietre d’inciampo, questo toccante progetto artistico di Gunter Demning. Per chi volesse rileggerlo lo può trovare a questo link[1] in fondo al racconto di oggi.
Vorrei partire dall’Antico Testamento, dalla parola “Zakhor” – ricorda – la richiesta divina che attraversa l’intera tradizione ebraica, ripetuto 169 volte nella Torah. Non si tratta di un semplice invito al ricordo nostalgico, ma di un imperativo categorico che precede e fonda ogni altra norma morale. Come scriveva il filosofo francese Emmanuel Levinas, sopravvissuto egli stesso ai campi di prigionia nazisti, la memoria non è un optional della coscienza ma costituisce la struttura stessa della responsabilità etica: ricordare significa rispondere dell’altro, anche quando quell’altro non c’è più. Il Giorno della Memoria si radica in un imperativo ancora più radicale: ricordare affinché l’orrore non si ripeta, trasformando la memoria in praxis, in azione trasformatrice del presente. Non basta che il male non sia più perpetrato; occorre che sia costantemente ricordato proprio per impedirne la riemersione.
Il torinese Primo Levi, testimone insostituibile dell’abisso morale ed umano dei campi di concentramento, scrisse: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. In questa lapidaria affermazione si condensa l’intera filosofia della memoria come vigilanza. L’oblio non è neutro: è complicità. Dimenticare significa lasciare spazio alla ripetizione, permettere che i meccanismi dell’odio, della discriminazione, della disumanizzazione possano ricostituirsi nell’ombra della smemoratezza collettiva. La memoria delle tragedie ci impedisce di considerare la barbarie come un’aberrazione irripetibile, un incidente di percorso nella Storia. La memoria ci costringe a riconoscere la fragilità della civiltà, la sottile linea che separa l’umano dal disumano.
Nella tradizione ebraico-cristiana, la memoria ha una valenza sacra. Il memoriale non è semplice rievocazione, ma ri-attualizzazione dell’evento salvifico. Nel gesto-commemorazione eucaristica cristiana, il “fate questo in memoria di me” trasforma il ricordo in “presenza”, il passato in eternità che irrompe nel presente.
Ma come conciliare la memoria della Shoah con la fede in un Dio provvidente? La “teologia dopo Auschwitz”, elaborata da pensatori come Hans Jonas, ha dovuto confrontarsi con questo scandalo metafisico. Jonas propone il concetto di un “Dio sofferente”, che si autolimita per lasciare spazio alla libertà umana, anche quando questa genera il male assoluto. La memoria, in questa prospettiva, diventa il luogo in cui l’umanità assume su di sé la responsabilità che Dio, in un certo senso, le ha delegato.
Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace e sopravvissuto ad Auschwitz, affermava: “L’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza. L’opposto della bellezza non è la bruttezza, è l’indifferenza. L’opposto della fede non è l’eresia, è l’indifferenza. E l’opposto della vita non è la morte, ma l’indifferenza tra la vita e la morte”.
La memoria collettiva, ritualizzata nel Giorno della Memoria, è l’antidoto all’indifferenza. Essa trasforma milioni di vittime anonime in volti, storie, destini personali, come sta facendo in tutta Europa Gunter Demning con le sue Stolpersteine – Le piete d’inciampo. Come scrive Paul Ricoeur nella sua monumentale opera “La memoria, la storia, l’oblio”, il dovere di memoria è innanzitutto dovere di giustizia nei confronti di chi non può più parlare. Una memoria che è responsabilità del presente e questa data ci ricorda che la storia non è un destino, ma un compito.
[1] https://rinosciaraffa.blog/2025/01/21/stolpersteine-le-pietre-dinciampo/


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