Una notte diventa un punto di partenza, dove il buio vince, ancora per poche ore, la lunghezza del giorno. Qualcosa di molto antico che affonda le radici in un panico primordiale che l’uomo porta con sé. È il terrore del buio che avanza, del Sole che muore un poco di più ogni giorno, scivolando sempre più presto dietro l’orizzonte, lasciandoci soli con le ombre che si allungano in una proiezione ignota. Gli antichi lo sapevano bene. Guardavano il cielo e desideravano che il freddo della notte passasse sempre più velocemente.
Quando il Sole toccava il suo punto più basso, quando il giorno era così breve da sembrare un sussurro tra due eternità di tenebra, allora celebravano il Sol Invictus, il Sole Invincibile, perché sapevano – o speravano- che da quel punto in poi la luce avrebbe ripreso a crescere, un respiro alla volta, come qualcuno che si rianima quando sembra non aver più speranza alcuna.
Era una vittoria della luce sulle tenebre, certo, ma dentro questo fenomeno celeste c’è qualcosa di profondamente umano, di interiore, nel quale ciascun essere umano si identifica. Il Cielo come specchio dell’umano o, meglio, l’umano che si proietta verso l’orizzonte celeste.
Poi arrivarono i cristiani, con la storia di un bambino nato in una grotta, anch’egli simbolo di una luce nuova dentro le tenebre. Adottarono quella data, quel venticinque dicembre gravido di significati pagani, e vi innestarono altro di più audace forse, certamente più scandaloso. Perché, se il Sole che rinasce è una metafora potente, un bambino che nasce è qualcosa di terribilmente concreto, di presente, di vulnerabile rispetto alla forza del Sole, perché questo bambino non è il Sol Invictus nella sua gloria celeste. Non è nemmeno un bimbo in fasce adagiato, prima è un neonato che vagisce, coperto di sangue e liquido amniotico, che cerca il seno di sua madre con quella urgenza cieca che è l’unica forma di sapienza dei neonati.
Ancor prima delle nostre iconiche e romantiche immagini da presente, questa è la realtà di un parto e di una nascita. Spiritualmente è la luce che si fa carne; carne è sempre fragile, sempre esposta al freddo, alla fame, alla violenza degli uomini, a quelle tenebre che sembrano sempre prevalere e vincere.
Ecco il paradosso cristiano, ecco lo scandalo: la luce nuova che dovrebbe salvare il mondo entra nel mondo come entra ogni uomo, attraverso il canale stretto di un ventre di donna, piangendo, tremando, dipendente. Non un Sol Invictus, statuaria divinità di un Olimpo nascosto, non un Sole che trionfa sulla tenebra dall’alto della sua distanza siderale. Ma un bambino. Il più debole tra i deboli, il più indifeso tra gli indifesi.
E forse è proprio questa la luce che l’umanità cerca davvero, nelle sue tenebre: la possibilità della rinascita, sempre, anche quando tutto sembra finito. Perché un bambino è sempre una promessa, è sempre un ricominciare, è sempre la possibilità che le cose vadano diversamente. Le tenebre di cui parla il Natale cristiano non sono solo quelle del solstizio d’inverno, bensì sono le tenebre dell’ingiustizia, della violenza, dell’indifferenza. Sono le tenebre che attraversano i cuori degli uomini quando dimenticano ciò che dovrebbero essere, quando costruiscono violenza rispetto al dialogo, quando scelgono il potere invece della compassione.
E il messaggio è chiaro, brutalmente chiaro: la luce non viene dall’alto come un intervento divino che risolve tutto. La luce nasce dal basso, fragile e indifesa, e chiede di essere accolta, protetta, nutrita. Chiede che noi diventiamo custodi di quella fragilità, che ci prendiamo cura di quella promessa.
È un mito terribile, se ci si pensa bene. Perché ci dice che la salvezza non viene da un dio potente che fa piazza pulita dei malvagi, ma da noi, dalla nostra capacità di riconoscere la luce anche quando si presenta sotto le spoglie di un neonato che trema al freddo. Ci dice che ogni alba dipende da noi, che ogni rinascita è un compito che ci viene affidato.
Il Sole riprenderà a salire nel cielo dopo il venticinque dicembre. È fisica, è astronomia, è la meccanica celeste che non si ferma. Ma la luce nel cuore degli uomini, quella non è garantita da nessuna legge di natura. Quella richiede una scelta, ogni giorno, ogni momento: riconoscere il bambino nella grotta, accogliere la fragilità invece di schiacciarla, scegliere la vita invece della morte.
Ecco perché torniamo sempre a questa storia, anno dopo anno, secolo dopo secolo, perché è l’unica domanda che conta davvero. Le tenebre sono sempre lì, fedeli, pazienti. Ma la luce rinasce. Rinasce sempre, ostinatamente, scandalosamente fragile.
È questo il Natale. Non una festa. Una responsabilità.


2 risposte a “Il bambino e il solstizio – Quando la luce nasce dalle tenebre ”
bellissimo racconto che ci fa riflettere profondamente su come scegliamo di vivere e credere grazie
Quanta verità nelle tue parole, soprattutto quanta delicatezza dosata con grande sensibilità in ogni paragrafo. Congratulazioni!
In tempi in cui comunicare con garbo sembra esclusivamente sinonimo di fragilità, beh, scegliamo di guardare ad un evento che, in ogni sfaccettatura della propria fragilità, ha saputo trasferire un messaggio denso di opportunità.
Ciascuno scelga – utilizzando il cosiddetto libero arbitrio – se rinascere, attingendo luce che illumina davvero e riesce a penetrare fino agli abissi più remoti e tenebrosi.
La straordinaria potenza della luce, che dal basso si propaga tutt’intorno, continua silente a concedere perfino l’opportunità di scegliere se farsi compenetrare diventando noi stessi diffusori di luce o, magari, rifugiarsi nella tenebra.
Questione di scelte, che meritano assoluto rispetto; ecco, probabilmente utilizzando rispetto incondizionato potremo far sì che quella luce giunga silente a rinascere ancora, ancora ed ancora!