Meister Eckhart (1260-1328), filosofo e teologo domenicano tedesco, rappresenta una delle voci più originali e audaci della mistica cristiana medievale. La sua riflessione sulla preghiera, sviluppata anche nell’opera “La luce dell’anima” (insieme ai suoi sermoni e trattati), propone una concezione rivoluzionaria che ha scandalizzato i suoi contemporanei e continua a interrogare i credenti di oggi.

Per Eckhart, la vera preghiera non consiste nel chiedere qualcosa a Dio, nemmeno cose buone o spirituali. Questa posizione, apparentemente paradossale per un maestro cristiano, nasce da una comprensione profonda della relazione tra l’anima e il divino. Il mistico renano sostiene che chi prega per ottenere qualcosa – sia pure la grazia, la virtù o persino Dio stesso come oggetto esterno – rimane imprigionato nella dualità soggetto-oggetto e quindi lontano dalla vera unione con il divino. La preghiera autentica, secondo Eckhart, deve essere “senza perché”, un concetto che esprime attraverso la metafora della rosa: “La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce”. Allo stesso modo, la preghiera vera non ha uno scopo esterno a sé stessa, non mira a ottenere ricompense o benefici, ma è pura espressione dell’essere.

Il concetto centrale della spiritualità eckhartiana è l’Abgeschiedenheit, il distacco o distaccamento. Per Eckhart, questo distacco è più importante della carità stessa, affermazione che gli valse l’accusa di eresia. Il distacco significa liberarsi da ogni attaccamento: non solo dai beni materiali, ma anche dalle immagini di Dio, dai desideri spirituali, persino dalla volontà di salvezza. Nella preghiera, questo si traduce in un abbandono totale. L’orante deve svuotarsi completamente, creare in sé un “deserto interiore”, uno spazio vuoto dove Dio possa nascere. Eckhart utilizza l’immagine drammatica del “fondo dell’anima” (Seelengrund), quella parte più profonda dell’essere umano dove l’anima e Dio sono già uniti, prima di ogni distinzione.

Per il maestro domenicano, le pratiche devozionali esteriori – recitare preghiere, fare pellegrinaggi, compiere atti di penitenza – hanno valore solo se conducono al distacco interiore. Altrimenti, rischiano di diventare ostacoli. In uno dei suoi sermoni più provocatori, Eckhart arriva a dire che se qualcuno è in estasi e viene a sapere di un malato che ha bisogno di lui, deve lasciare l’estasi per servirlo, perché questo è più vicino a Dio.

La preghiera autentica è quindi uno stato di essere piuttosto che un’attività specifica. È vivere costantemente alla presenza di Dio, non come di qualcuno di fronte a noi, ma come la fonte stessa del nostro essere. Eckhart scrive: “L’occhio con cui io vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me”.

Uno degli aspetti più radicali del pensiero di Eckhart sulla preghiera è l’invito a non volere nulla, nemmeno la volontà di Dio. Questo non significa indifferenza o passività, ma un superamento della volontà individuale così profondo che la volontà di Dio diventa la nostra, senza residui di separazione. È un morire a sé stessi affinché Dio possa vivere nell’anima.

Questa prospettiva si riflette nella sua interpretazione del Padre Nostro. Quando diciamo “sia fatta la tua volontà”, secondo Eckhart, non dovremmo desiderare che la volontà di Dio si compia, perché questo implica ancora una separazione. Dovremmo invece essere giunti a un punto in cui non abbiamo più volontà propria da contrapporre a quella divina.

Alcune proposizioni di Eckhart furono condannate come eretiche nel 1329, poco dopo la sua morte. Tuttavia, la sua influenza sulla spiritualità occidentale è stata immensa, anticipando temi che ritroveremo nella mistica renana, nella devotio moderna, e persino in correnti della filosofia moderna. La concezione eckhartiana della preghiera sfida ogni forma di religiosità mercantile o utilitaristica. Ci invita a un rapporto con Dio fondato non sul dare e ricevere, ma sull’essere. La preghiera diventa così non un mezzo per raggiungere qualcosa, ma il luogo stesso dell’incontro con il divino, anzi, il luogo dove si scopre che l’incontro è già sempre avvenuto, nel fondo silenzioso dell’anima.

Questa via mistica, esigente e radicale, continua a parlare a chi cerca una spiritualità autentica, al di là delle forme convenzionali, una spiritualità del silenzio, del vuoto fertile, dell’abbandono fiducioso nel mistero che ci fonda.

Avatar Rino Sciaraffa

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8 risposte a “Meister Eckhart e la Preghiera come Distacco: Una Via Radicale verso Dio”

  1. Avatar Filippo
    Filippo

    Grazie Rino per questa ennesima condivisione. Leggendo questo articolo, parafrasando il nome stesso del blog, in parole povere quest’uomo apparentemente “eretico” ha compreso il mondo! Una prospettiva così tanto radicale quanto innovativa, in un vertiginoso atto di scomposizione e ricomposizione di relazioni e priorità alle quali non associare bisogni particolari, bensì la pienezza dell’esistenza. Un coraggio esemplare!

  2. Avatar Filippo
    Filippo

    Grazie Rino per questa ennesima condivisione. Leggendo questo articolo, parafrasando il nome stesso del blog, in parole povere quest’uomo apparentemente “eretico” ha compreso il mondo! Una prospettiva così tanto radicale quanto innovativa, in un vertiginoso atto di scomposizione e ricomposizione di relazioni e priorità alle quali non associare bisogni particolari, bensì la pienezza dell’esistenza. Un coraggio esemplare!

    1. Avatar Rino Sciaraffa

      Grazie Filippo per il tuo bellissimo commento. Si, Eckhart ebbe una prospettiva radicale e soprattutto, come tutti i grandi geni della storia, offrì una rivoluzione totale di pensiero sulla preghiera. Anche a me ha colpito l’intensità dei suoi sermoni e soprattutto la complessità del suo pensiero.

      Grazie ancora per la lettura e la tua riflessione

  3. Avatar Margherita
    Margherita

    proprio questa settimana pensavo al significato vero e profondo della preghiera a volte mi soffermo di più nel chiedere

    quello cha hai condiviso oggi è una risposta per me , diventare deserto completo abbandono, voglio lavorare di più su questo e questa riflessione farla mia …per arrivare a ciò nn bastano pochi minuti ma dedicare del tempo senza fretta … grazie di cuore margherita

    1. Avatar Rino Sciaraffa

      Grazie Margherita per il tuo commento che, da come ho letto, diventa proposito di ricerca. Un caro saluto.

    2. Avatar Marco Porta
      Marco Porta

      Siamo chiamati ad approfondire una intimità profonda con lo Spirito Santo e una relazione in cui siamo autentici con Lui e completamente appagati dalla Sua presenza. Grazie Rino di nuovo per questo spunto di riflessione. Marco.

  4. Avatar Aldo Palladino
    Aldo Palladino

    Caro Rino, sono solo curioso di sapere se Meister Echkart abbia praticato nella sua vita quello che insegnava e predicava: l’abbandono totale, il distacco assoluto… “non solo dai beni materiali, ma anche dalle immagini di Dio, dai desideri spirituali, persino dalla volontà di salvezza” (tua citazione), la compenetrazione della sua anima in Dio (ho capito bene?). Non credo che l’uomo, per quanto altamente zelante e spirituale, possa raggiungere altezze divine, perché se questo fosse possibile svaluterebbe la morte di Cristo per la salvezza dell’umanità e lo stesso dono della grazia. Credo che, per quanto l’uomo possa sforzarsi, la distanza tra l’uomo e Dio sia incolmabile. Dio resta Dio nella sua immensità e l’uomo resta uomo nella sua miseria. Non nego l’autorità carismatica di Echkart, ma credo che quello che ha detto sia l’indicazione di una via e non di un possesso.

  5. Avatar Anomys
    Anomys

    Rino, grazie per aver acceso questo spunto di riflessione, un vero e proprio “lapsus contemplativo” che mi ha fatto scivolare in un labirinto di pensieri. In parte, mi trovo in risonanza con la visione di Eckhart, ma credo che la sua prospettiva rappresenti un culmine preceduto da tappe altrettanto significative, non necessariamente lineari o obbligate. La preghiera, a mio avviso, muta in funzione della “distanza spirituale” che intercorre tra l’uomo e Dio, come se fosse un pendolo che oscilla tra polarità diverse:

    1. La conversione: il punto luce gravitante. Chi si converte pronuncia la preghiera di salvezza con l’ingnao di chi intravede un punto luce in una dimensione ovattata, quasi fosse un astro nascente in un oscuro antro spaziale. È un atto di riconoscimento e apertura, dove la distanza è massima, ma l’attrazione è già palpabile.

    2. La supplica: il grido nella tempesta… Qualcuno, messo a dura prova, in preda alla disperazione, cerca con suppliche un intervento di Dio nella propria vita. Qui la preghiera è un’urgenza, un tentativo di colmare un abisso con la speranza di un ponte.

    3. La maturità: il respiro dell’unione. Altri, invece, vivono una fede matura e intensa, dove il loro spirito si eleva a Dio gustandone la presenza costante. Questi ultimi alternano momenti di fiducioso silenzio (come un “sacrum silentium” dove Dio è già presente) ad altri di incontenibile esaltazione, rivolti a Colui di cui si riconoscono parte indivisibile.

    Ecco, la preghiera diventa così una polifonia che riflette le infinite distanze tra l’uomo e il Divino.

© Rino Sciaraffa