Nel frastuono della vita contemporanea, dove il rumore è diventato la colonna sonora costante della nostra esistenza, i monasteri custodiscono un tesoro sempre più raro: il silenzio. Non si tratta di una semplice assenza di suono, ma di una presenza viva, di uno spazio sacro dove l’anima può finalmente ascoltare.
Fin dalle origini del monachesimo, il silenzio è stato considerato una disciplina fondamentale. San Benedetto, nella sua Regola del VI secolo, dedica un intero capitolo alla “taciturnitas”, raccomandando ai monaci di coltivare il silenzio come virtù essenziale. Non si trattava di un divieto assoluto di parlare, ma di un invito a pesare ogni parola, a parlare solo quando necessario, a riconoscere che il silenzio è lo stato naturale dell’anima in preghiera.
I monasteri cistercensi portarono questa pratica ancora oltre, sviluppando un complesso linguaggio dei segni per comunicare durante le ore di silenzio. Questo non per semplice rigore ascetico, ma per preservare quella qualità dell’attenzione che le parole facilmente disperdono.
La spiritualità predilige il silenzio perché è nell’assenza di rumore esteriore che diventa possibile l’ascolto interiore. Come insegna il profeta Elia nell’Antico Testamento: Dio non si manifesta nel terremoto, nel vento impetuoso o nel fuoco, ma nella “voce del silenzio sottile”, in quel sussurro impercettibile che può essere udito solo quando tutto il resto tace.
Il silenzio monastico crea uno spazio di risonanza dove la Parola di Dio può echeggiare nell’anima. È come svuotare una stanza dal rumore per poter finalmente sentire la propria respirazione, il battito del proprio cuore, e oltre questi, qualcosa di più profondo ancora.
Nel silenzio, il monaco scopre quanto la sua mente sia rumorosa. I Padri del deserto chiamavano “logismoi” quei pensieri incessanti che affollano la coscienza: preoccupazioni, ricordi, fantasie, giudizi. Il silenzio esteriore rivela il tumulto interiore e, paradossalmente, è il primo passo per pacificarlo.
La pratica del silenzio è quindi anche una forma di lotta spirituale, un modo per non essere schiavi del flusso incontrollato dei pensieri. Nel tacere, il monaco impara a discernere quali pensieri meritano attenzione e quali devono essere lasciati andare, come nuvole che passano nel cielo della coscienza.
Le parole possono ingannare, nascondere, mascherare. Parliamo spesso per riempire vuoti, per evitare il confronto con noi stessi, per costruire immagini artificiose di chi siamo. Il silenzio toglie questi ripari e ci mette di fronte alla verità nuda della nostra condizione.
È per questo che molte persone temono il silenzio: perché in esso emergono le domande che abbiamo cercato di soffocare, le ferite che non abbiamo voluto guardare, la solitudine esistenziale che cerchiamo di negare con l’intrattenimento perpetuo. Ma è proprio attraversando questo deserto che si può giungere all’oasi.
Il silenzio permette anche una forma più autentica di ascolto dell’altro. Chi ha imparato a tacere sa anche ascoltare veramente, non preparando già la propria risposta mentre l’altro parla, ma accogliendo con presenza piena ciò che viene detto.
Nella tradizione cristiana orientale, il silenzio è visto come un’anticipazione della condizione celeste. Dopo tutte le parole della teologia, dopo tutti i canti della liturgia, c’è un silenzio ultimo che è l’adorazione pura, lo stupore davanti al mistero ineffabile di Dio.
I mistici di ogni tradizione hanno sempre insistito su questo: l’esperienza più profonda del divino avviene oltre le parole, in quella regione dell’anima dove il linguaggio non arriva più. Il silenzio monastico è un allenamento a questa dimensione, un imparare già ora a sostare in quella presenza che un giorno, sperano i credenti, sarà eterna.


3 risposte a “Una Porta verso l’Infinito”
Recuperare la dimensione del silenzio farebbe molto bene anche a noi che siamo chiese della “Parola”. Un abbraccio
Chi di noi non ha mai pensato, almeno una volta, di vivere come un monaco nel silenzio della vita di clausura!? Pace, meditazione, silenzio, lontananza dal frastuono e dai rumori invadenti, una vita in armonia con la natura e con la dimensione dello Spirito sono il desiderio più profondo residente nel cuore di molti credenti. Perché il silenzio è una “porta” che, se aperta, ti predispone all’incontro con l’infinito, con l’Inconmensurabile, ma anche con te stesso, per ritrovare la tua interiorità. Sara anche per questo che Qoelet ha detto “C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere”, e il Salmista: “Sta’ in silenzio davanti al Signore!”. Un caro saluto.
grazie Rino per questa riflessione tanto importante quanto dimenticata.