Nel mio precedente racconto ho usato una parola “esicasmo” ed ho ricevuto diversi messaggi nei quali mi chiedevano cosa fosse. È vero, mea culpa, ho dato per scontato e me ne dispiaccio. Diciamo che ho avuto modo di interagire con qualcuno di voi a causa di questo vocabolo. Non tutto il male vien per nuocere si dice.
Cominciamo da una parola: hesychia (in greco: ἡσυχία). Parola con una sua bivalenza, che deriva dal verbo greco hesycházein, traducibile con “rimanere quieto” o anche “riposare”. Vocabolo utilizzato per indicare sia la pace esteriore (come l’assenza di conflitti) sia una quiete interiore e una serenità individuale. Quiete, silenzio, pace, che a differenza della nostra immediata percezione non è staticità, ma è frutto di un duro lavoro interiore, è fatica e disciplina. Ecco da dove nasce l’esicasmo. Da quella parola greca che i primi cristiani del deserto hanno preso e trasformato in metodo, in via, in una delle cose più radicali che la spiritualità cristiana abbia mai inventato.
Intorno al terzo, quarto secolo dopo Cristo, l’Impero Romano che comincia a cristianizzarsi, finisco le persecuzioni, si edificano chiese e le prime basiliche e qualche tempio pagano diventa cristiano. Mentre tutto questo avviene, qualcuno va controcorrente: scappa. Via dalle città, via dalle chiese che diventano potere, via da tutto. Vanno nel deserto, in Egitto, in Siria, in Palestina. I Padri del Deserto, li chiamiamo. Ma il nome non rende l’idea. Loro non si sentono “Padri” di nulla, solo i posteri li chiamarono così. Loro pensavano solo che per trovare Dio bisognasse prima perdersi completamente. Come descritto nel mio precedente racconto, lì nel deserto, essi scoprono una cosa: che la preghiera non è questione di parole, è respiro, battito cardiaco e ritmo quieto. Cominciano a ripetere frasi brevi, brevissime. “Signore, abbi pietà”. “Gesù Cristo, Figlio di Dio”. Le ripetono in ogni momento per adempiere quella parola biblica di San Paolo che ha scritto: “non cessate mai di pregare…” (I° Tessalonicesi 5,17). Noi spesso mal concepiamo questa pratica, interpretandola come esercizio mentale. Invece no, non è preghiera mentale. È preghiera fisica, carnale, nell’accezione che il greco classico da a questa parola: umanità, fragilità umana, debolezza umana. Una preghiera che scende dall’intelletto e dalla consapevolezza e va giù al cuore, e lì si ferma, e lì pulsa.
Ma è tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo che l’esicasmo comincia a trasformarsi in scuola di pensiero e di spiritualità. Una rivoluzione silenziosa, come la loro preghiera. Sul Monte Sinai c’è Gregorio il Sinaita che sistematizza l’esicasmo. Scrive, insegna e prega. Egli dice che la preghiera deve scendere dalla testa al cuore. Puoi imparare a farlo controllando il respiro e sincronizzando la “Preghiera di Gesù” sincronizzandola col battito del cuore: Kyrie Iesu Christe, Yie tou Theou – inspiro – eleison me ton amartolon – espiro, così, ancora ed ancora, finché non c’è più differenza tra pregare e vivere.
Poi arriva il Monte Athos, di cui vi ho già parlato. Quella penisola nel nord della Grecia che diventa il cuore pulsante dell’esicasmo. Lì i monaci costruiscono monasteri appesi alle rocce, celle scavate nella montagna, eremi dove un uomo può passare quarant’anni senza vedere nessuno. E lì perfezionano il metodo. Gregorio Palamas, quattordicesimo secolo, monaco e poi arcivescovo ortodosso, sistema la teologia dell’esicasmo. Dice una cosa che sembra assurda: che l’uomo può vedere la luce increata di Dio, non metaforicamente, con gli occhi del cuore.
Potete immaginare che questa sua affermazione suscitò una polemica incredibile. I teologi occidentali, gli scolastici, quelli della ragione e della logica, dicono che è impossibile: Dio è inconoscibile, invisibile, irraggiungibile. Ma Palamas tiene duro e contro ribatté che Dio nella sua essenza è inconoscibile ma la sua “luce” lo rende conoscibile e si può fare esperienza di Lui, qui, ora, nel cuore che prega. C’è una idea di fondo di unione mistica profonda, concetto ripreso qualche secolo dopo dalla teologia mistica occidentale. Nel 1351 i concili ortodossi gli danno ragione. L’esicasmo diventa dottrina ufficiale, ma soprattutto diventa prassi, diventa il modo in cui generazioni di monaci ortodossi pregheranno per i secoli successivi.
La sua storia continua nel tempo come la tradizione del Monte Athos ancora lì, con i suoi venti monasteri e le sue centinaia di monaci. Ancora chiuso alle donne, ancora fermo al calendario giuliano, ancora fuori dal tempo. E lì l’esicasmo non è mai morto. È continuato, giorno dopo giorno, preghiera dopo preghiera, respiro dopo respiro.
foto: https://it.wikipedia.org/wiki/Esicasmo#/media/File:Cell_of_Saint_Joseph_the_Hesychast_2.jpg


3 risposte a “Esicasmo – Il battito del cuore di Dio “
la preghiera del silenzio. Il salmista scrive:”stai in silenzio davanti a Dio”. Ecco,questa storia ne è la realizzazione. La meditazione profonda,la preghiera nella “cameretta”, solo tu e Dio. Cosa c’è di più profondo?
Intanto, grazie Rino per quello che ci trasmetti con le tue riflessioni.
Questo testo è un piccolo viaggio spirituale che apre finestre su una delle esperienze più profonde e autentiche della fede cristiana. Grazie per averci accompagnati a scoprire l’esicasmo con tanta passione, competenza e rispetto. È raro trovare parole capaci di spiegare concetti così antichi e intensi in modo tanto accessibile, senza perdere il loro mistero.
Sono d’accordo in particolare con l’idea che la preghiera non sia solo un pensiero, ma qualcosa che coinvolge il corpo, il respiro, il cuore. In un mondo che corre e parla troppo, scoprire che il silenzio può essere un linguaggio, e che Dio può essere “respirato” nel battito stesso della vita, è qualcosa di rivoluzionario.
Anche la figura dei Padri del Deserto mi ha affascinato: persone che hanno scelto il deserto non per fuggire dal mondo, ma per trovarvi Dio, spogliandosi di tutto. Il loro esempio mette in discussione le nostre comodità spirituali e ci invita a chiederci cosa sia davvero essenziale nel nostro cammino di fede.
E infine, la luce increata… che bellezza! Non una luce da immaginare, ma da vivere, da percepire dentro, nel cuore che prega. Un’esperienza possibile, concreta, pur se misteriosa. Questo testo mi lascia un grande desiderio: imparare a “pregare col cuore”, scendere dalla testa alla profondità dell’anima. Grazie per aver acceso questa scintilla.
Che bello questo articolo! È ricco di insegnamenti sulla preghiera “che deve scendere dalla testa al cuore” (Gregorio il Sinaita). In effetti, il pericolo di una certa spiritualità è che tutto diventi cultura intellettuale, fortemente basata sulla razionalità. In verità, occorre che il cuore, il sentimento, alimenti il nostro intelletto e la preghiera sia espressione dell’incontro in noi dello Spirito e della nostra umanità. Solo così si potrà realizzare quello che scrive l’apostolo Paolo nella 1 Cor. 14,15: ” Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza”. Un caro saluto.