Nei precedenti racconti vi ho portato dentro i miei ricordi dei monasteri ortodossi delle Meteora e vi ho narrato dei manoscritti miniati che avevo visto nel monastero di “Gran Meteora” o più propriamente “Monastero della Trasfigurazione di Cristo” (Μονή της Μεταμορφώσεως του Χριστού).  Spero di avervi accompagnato a curiosare discretamente dentro una spiritualità che ha segnato e continua a tracciare spazi importanti nel cristianesimo europeo.  

Oggi vorrei narrarvi quella che è una caratteristica “immateriale” di questi affascinanti luoghi: il silenzio. Già ho scritto qualcosa un anno fa nel mio blog e vi rimetto, in fondo, il link al mio racconto.  

Inizio con una mia riflessione personale che spero ci aiuti a comprendere meglio: non è che lì il silenzio serva alla preghiera; è che il silenzio è la preghiera. C’è una differenza sostanziale in cui il silenzio non è un mezzo, è la cosa stessa.  

Sono stati gli esicasti, quei monaci del Monte Athos, a capirlo per primi. Anziché parlare in preghiera, anziché aprire le loro bocche, loro si sono fermati, hanno taciuto davanti al divino e nel tacere hanno scoperto che Dio non stava nelle parole, ma negli spazi bianchi tra le parole. Nei respiri. Nelle pause. Come in una partitura musicale dove i silenzi sono il legame fra le note ed i suoi creatori, note che l’uomo appoggia ad un pentagramma. La musica è nelle pause tra una nota e l’altra, l’armonia è nel silenzio. 

L’esicasta fa un esercizio profondo con la preghiera che coinvolge pienamente la sua consapevolezza come orante e la sua corporeità. Ripete dolcemente, sillabando, sussurrando e riecheggiando al suo interno la semplice preghiera esicasta: Kyrie Iesu Christe, Yie tou Theou, eleison me ton amartolon (Κύριε Ἰησοῦ Χριστέ, Υἱὲ Θεοῦ, ἐλέησόν με τὸν ἀμαρτωλόν)  “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”.  

La ripete finché le parole si consumano, finché diventano respiro, finché non c’è più differenza tra pregare e respirare, dove il respiro di vita diventa preghiera. Incessantemente respiriamo, incessantemente si invoca Dio in preghiera, in un punto preciso dove le parole diventano esse stesse silenzio, attesa ed invocazione, desiderio e risposta.  

I monasteri ortodossi sono costruiti per questo. Non sono luoghi dove si va a cercare il silenzio, sono luoghi che insegnano il silenzio. Le celle piccole, le ore notturne, i campanelli che suonano nel buio, le liturgie infinite dove nessuno ha fretta. Tutto è progettato perché tu impari una cosa sola: come stare fermo. Come smettere di aggiungere rumore al mondo. 

E poi c’è l’isychia, quella parola greca che non si può tradurre veramente. Quiete, dicono alcuni. Pace interiore, dicono altri. Ma è più di questo. È uno stato in cui il cuore diventa così silenzioso che può finalmente sentire. Non Dio che parla, ma Dio che è. Che sta lì, che è sempre stato lì, solo che noi facciamo fatica a riconoscerlo o ad accorgercene. Il silenzio che è di attenzione. È uno spazio dove se stai abbastanza fermo, abbastanza silenzioso, abbastanza presente, qualcosa si muove. Non fuori, dentro. 

Ecco perché nei monasteri del Monte Athos, o di Meteora, o di qualsiasi altro luogo dove i monaci ortodossi hanno piantato le loro croci, il tempo scorre diversamente. Non è più lento, come credono i turisti. È semplicemente più autentico. È tempo che non scappa via, tempo che resta, che si deposita come neve. Ogni ora della liturgia, ogni preghiera ripetuta mille volte, ogni secondo trascorso è un modo per fare spazio, per svuotare e riempiersi di altro da noi stessi ed oltre noi stessi. 

Perché pregare, nell’ortodossia, è prima di tutto questo: svuotarsi. Fare vuoto. Diventare un’assenza in cui qualcosa può entrare e il silenzio è l’unico strumento che abbiamo per fare vuoto davvero. 

Concludo con un bellissimo racconto, trovato in un libro che parla di esicasmo. Racconta di un monaco russo che passò quarant’anni in una cella sul Mar Bianco, nella costa nord-occidentale della Russia. Quarant’anni in solitudine orante. Quando morì, trovarono nella sua cella solo due cose: una croce e un’icona consumata dalle dita. Nient’altro. Nessun libro, nessuno scritto, nessuna parola. E tutti si chiesero: ma cosa ha fatto per quarant’anni?. Qualcuno rispose: ha pregato!. “Ma come?” chiesero gli altri, che senso ha? Non ci sono tracce, non ci sono parole, non c’è niente. Che cosa ha lasciato questo monaco…niente! “Appunto”, disse un altro monaco anziano, “appunto!”.  

Il silenzio che prega non lascia tracce. È come l’acqua che scorre: va, fa il suo lavoro, e scompare.  Non scrive trattati. Semplicemente è, e nel suo essere trasforma. 

Per chi volesse rileggere il mio precedente racconto sul tema del silenzio, vi metto qui il link: https://rinosciaraffa.blog/2024/10/01/il-silenzio/

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Una replica a “Il silenzio che prega “

  1. Avatar Daniele Arconti

    Riflessione altamente ispirante!

    In questi giorni stavo riflettendo tra me e me proprio su questo.

    Ad un certo punto della vita mi sono reso conto che la maggior parte delle cose che diciamo sono inutili “farciture”. La maggior parte delle volte sarebbe meglio tacere…

    E che spesso è proprio nel tacere che scopriamo la verità, cioè Dio.

    Succede anche nella preghiera tra l’altro. Ci sembra che possiamo convincere Dio attraverso la qualità della nostra dialettica o attraverso la bellezza dei nostri discorsi. Ignorando completamente che Dio è Dio e non ha bisogno di oratóri ma di oratòri. Luoghi in cui lasciamo da parte il nostro ego, il nostro orgoglio, la nostra superbia e ci lasciamo invadere dal Regno. Un regno fatto molto spesso di silenzi!

    Stavo riflettendo proprio su questo in questi giorni e questo tuo articolo cade proprio a fagiuolo 😅

© Rino Sciaraffa