Un elemento che prende forma parallelamente sia nei monasteri ortodossi sia nella cristianità occidentale monastica è quello della scrittura. La trasmissione dei testi è sempre stata un esercizio nobile che prevarica la necessità di trasferire sapere nel tempo. Tra Occidente e Oriente, nella spiritualità dello scrivere, c’è qualcosa che si differenzia nella sostanza ma non nel gesto stesso.
I monasteri sono per antonomasia luoghi di silenzio e meditazione, sia che siano votati alla solitudine o alla condivisione di vita con altri monaci se si tratta di ordini cenobitici. La scrittura non era mera ricopiatura di testi, ma anche preghiera, perché l’esercizio lento e minuzioso della copiatura apriva la mente alla meditazione. Nella cultura ortodossa alla parola scritta si uniscono la copiatura delle icone, trasformando i testi in immagini e viceversa. In entrambi i casi era solo una memoria letteraria a guidarli, perché la copiatura del testo rende presente l’assenza, dà forma e sostanza allo spirito e ogni segno è visione di un intento spirituale. In tutto questo c’è il tentativo di far parlare il visibile nel linguaggio del divino.  

 
La copiatura e la miniatura dei testi ci parlano anche di bellezza, quel fascino della lentezza, dei gesti ripetuti e sempre diversi per cui si scrive per far emergere e far apparire e non solo per comunicare un concetto. Si scrive per iconizzare le parole. Ogni piegatura della calligrafia era un genuflettersi verso il basso, nel quale l’uomo vive, mentre il tratto verso l’alto esprimeva da dove provenivano le parole, intendendole come ispirate. Gli scrittoi dei monasteri sono luogi di silenzio che riverberano parole in cui, questa assenza di rumori, è segno di una comunione tra l’umano e la sua fatica, tra il Divino e la sua rivelazione. È il silenzio della comunione. Attorno al monaco che scrive ci sono i santi, i teologi, i Padri della Chiesa il cui insegnamento si sta fissando sulla carta, ed il monaco non copia, trasmette, non registra, celebra. Ogni parola che posa sulla pergamena è una prosternazione, uno sfiorare l’Alterità.  
Anche la debole luce che attraversa i monasteri, siano essi raggi pallidi del sole o tremolanti fiamme di candela, è un’iperbole di quel chiarore che taglia il buio, una ricerca incerta di verità dentro l’oscurità dell’esistenza. È la luce che pare venuta da un’altra cosmologia, più densa, più carica di senso teologico, una luce che rischiara.  

In questi monasteri c’è uno spessore di silenzio che non troverete nelle biblioteche moderne, nemmeno in quelle più silenziose. È un silenzio che ha peso, che gravita sulla pelle. Si scrive non come oggi, di fretta, distrattamente, senza alcuna arte calligrafica, perché viviamo nell’immediatezza della comunicazione e non in una prospettiva di pensiero. Noi fissiamo pensieri loro , come rituale, incidono un pezzo di eternità attraverso la carta. L’amanuense deposita le parole, le sigilla contro il tempo mentre le fa scorrere con la sua penna d’oca sulla pergamena. Il leggero tocco del pennino sul foglio è il momento in cui il pensiero divino abbandona il cielo astratto e si fa materia, si fa inchiostro, si fa segno tangibile. Tutto questo è riconoscimento che la parola di Dio, per essere scritta, deve passare attraverso l’oscurità dell’anima, come la luce attesa che filtra nella prigione della materia.  

L’inchiostro era una sostanza quasi alchemica: mescolato a mano dal monaco stesso, spesso con noce di galla, ferro, gomma arabica e acqua. Nel comporre quella tinta nera, il religioso non era un semplice artigiano; stava preparando il veicolo della rivelazione, stava creando lo strumento attraverso il quale il verbo si sarebbe nuovamente incarnato nella permanenza.  

 
E qui risiede il miracolo silenzioso di quei monasteri: la consapevolezza che la materia non è nemica dello spirito, bensì suo complice necessario. I Padri del Deserto, gli eremiti che fuggivano nel silenzio, sapevano che per raggiungere Dio bisognava rinunciare a tutto. Ma qui, nello scriptorium, si comprendeva qualcosa di diverso: rinunciare al mondo non significava rinunciare alla sua forma, alla carta, all’inchiostro, alla fatica della mano. Significava trasfigurare. Significava prendere la materia e farle sussurrare le parole che il cielo non smetteva di dettare.  
Nel medioevo monastico, la pagina scritta diventa un ponte. Da una parte c’è il divino, ineffabile, puro, incorporeo, dall’altra c’è l’uomo-fallibile, pesante, imprigionato nel fango della propria fallacità. La penna dello scriba è il punto di contatto. È il luogo dove avviene il miracolo quotidiano: la trasfigurazione della parola

Avatar Rino Sciaraffa

Published by

4 risposte a “La Scrittura nei Monasteri: Un Legame Spirituale”

  1. Avatar rossanazanetti

    Questo racconto è pura poesia. Grazie per la condivisione. Ci hai fatto immaginare la scena. Il divino è l’umano s’incontrano attraverso la scrittura, attraverso la parola. Semplicemente sublime.

  2. Avatar Roberto

    Leggendo il tuo scritto quel silenzio si sente.

    La penna dello scriba come strumento di eternità: straordinaria visione del divino nel quotidiano.

    Il peso del tempo e la luce che trasforma l’inchiostro in rivelazione. Straordinario come sempre.

  3. Avatar Blanca Briceño

    Grazie Rino!

    Blanca Briceño

    Giovanni 14:16 “Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.”

  4. Avatar Andrea Zanin
    Andrea Zanin

    Meraviglioso

© Rino Sciaraffa