C’è una piega di montagna, ad Angrogna, che parla di un tempo, un periodo di persecuzioni religiose, come tanti nella storia e su diversi fronti. Parla di otto secoli di una resistenza tenace, coraggiosa, forte e determinata. Un periodo lunghissimo che narra, nelle sue pieghe, di un’identità ma anche di una fede profonda. Tutto inizia a Lione, nel XII secolo, con Pietro Valdo, un ricco mercante che vive una conversione folgorante. Come Paolo sulla via di Damasco, Valdo abbandona i suoi averi e sceglie la povertà evangelica. I suoi seguaci, i “Poveri di Lione”, predicano in volgare, un gesto rivoluzionario ai tempi perché non si può democratizzare la fede. Roma ed il suo magistero non permettevano a nessuno di poter predicare se non con un mandato specifico e senza un’autorità superiore che avrebbe permesso di farlo. Non perdona chi sfida il suo monopolio sulla Parola divina. La stessa cosa capitò a tanti altri gruppi religiosi che cercavano, nella forza delle parole evangeliche, un’espressione di fede più vicina alla parola di Gesù. Scacciati dalle città intorno a Lione, i valdesi si ritirano nelle valli alpine del Piemonte – oggi chiamate Valli Valdesi – dove le montagne diventarono alleate. Anfratti montuosi stretti e picchi inaccessibili si trasformano in una fortezza naturale. È qui che la narrazione assume i contorni di una epopea: un piccolo popolo che resiste ad imperi e papi. Il capitolo più tragico porta un nome che stride con il racconto neotestamentario della resurrezione: le Pasque Piemontesi. Nell’aprile 1655, le truppe sabaude e francesi scatenano un massacro di una efferatezza inaudita. Villaggi bruciati, famiglie sterminate, corpi gettati nei precipizi. Il poeta inglese John Milton scriverà il sonetto “On the Late Massacre in Piedmont”, implorando Dio di vendicare “le ossa sparse sui monti alpini”.
Ma il cuore della resistenza valdese batte nel 1689, con un’impresa che sembra tratta da un romanzo d’avventura: Le Glorieuse Rentrée (Il Glorioso Rimpatrio). Dopo anni di esilio in Svizzera, 900 valdesi guidati dal pastore Henri Arnaud decidono l’impossibile: ritornare nelle loro povere valli; Attraversano il Lago di Ginevra di notte, scalano passi alpini, aggirarono migliaia di soldati franco-piemontesi. Una storia che ci riporta alla narrazione veterotestamentaria dell’Esodo, con Arnaud nel ruolo di Mosè. Per anni vissero in condizioni disperate perché la montagna non è generosa, la montagna è irta di pericoli, sa nascondere ma sa anche chiedere pegno. La loro tenacia commuove l’Europa protestante: arrivano aiuti, volontari, alcuni si mobilitano in loro difesa. Non c’erano interessi economici o politici da difendere, non c’erano ragioni diverse rispetto al motto evangelico di proteggere il più debole e sostenere chi vive da perseguitato. Ciò che rende questa storia letterariamente potente sono i contrasti: il debole contro il forte, l’empio e malvagio contro chi ha la propria grandezza nella forza dello spirito.
La resistenza è stata un importante connubio tra fede e resistenza linguistica e culturale ed ogni valle, in questa piccola area del Piemonte, un manoscritto tracciato nel sangue e nella roccia. Una storia antica ma tragicamente moderna che riporta in auge tutti coloro che, ancora oggi, lottano contro l’oppressione della coscienza.
Nella località citata, nasce una chiesa che ancora oggi è chiamata Gheisa d’la Tana, un anfratto nascosto, un grembo di pietra che ha accolto il coraggio, la fede e la memoria di uomini e donne. Il nome, già da solo, è un sussurro. “Tana”: rifugio, riparo, ventre sicuro. Una chiesa, sì, ma anche una caverna, un luogo che si piega alle necessità dell’anima e alla paura della persecuzione.
Una chiesa che era nascosta agli occhi, che è spoglia di tutto ma ricca al tempo stesso. Un tempio buio, senza vetrate policrome, luogo nel quale la fede era un rischio e la preghiera poteva costare la vita. E così, tra le rocce umide e le venature di muschio, si raccoglievano voci spezzate, canti sommessi, la forza ostinata di chi non voleva piegarsi. Oggi, come allora, ci si arriva a piedi, lungo un sentiero, e alla fine del cammino non si trova che una piccola entrata, sormontata da una citazione dello scrittore italiano De Amicis, si quello del famoso libro “Cuore”. Ci sono stato diverse volte, accompagnandoci amici o visitandola per conto mio. Un mio personale ed occasionale pellegrinaggio (forse), un luogo che ispira e nel quale non puoi che piegarti per entrare, ma nel quale, quello che si piega di più è il cuore.
Fra le rocce la luce filtra timidamente e chissà quante persone hanno attraversato quegli spazi, facendo vibrare la loro fede in Dio. Oggi si entra ancora in silenzio, come in una grande Cattedrale, ma a differenza dei grandi e sontuosi edifici, questo anfratto di terra (dentro la terra) ti accoglie nella sua essenzialità. Tutto questo mi ricorda che la chiesa non è fatta di ornamenti, di candele, di vetrate maestose, imponenti organi o sfarzose statue. E’ fatta di legami, essenzialità, cuori, anime e preghiere. La Gheisa d’la Tana non è un monumento: è una ferita dell’intolleranza religiosa, ferita aperta che non dimentica, non per vendicarsi ma per ricordare. Chi esce da lì non porta via un souvenir, ma un respiro più profondo, quasi un segreto che la montagna ha deciso di condividere con te per un istante.


3 risposte a “La Gheisa d’la Tana, un segreto tra le rocce.”
Rino questo racconto mi riporta alla memoria il bellissimo weekend trascorso a Torino qualche anno fa, quando ci hai guidati lungo il sentiero alla scoperta di questa meraviglia nascosta tra le rocce…..un luogo ricco di storia che ci ha sorpresi ed emozionati fino alla commozione……
Un racconto che tocca il cuore! Quanti martiri silenziosi e sconosciuti!
Quanta sofferenza e che grande esempio di fedeltà nella testimonianza della propria fede!
GRAZIE!!!?
Amo le Valli Valdesi! Quasi ogni anno trascorro un perodo fra quelle montagne. Spesso sono andata a visitare la Gheisa d’la Tana e ogni volta che sono fra quegli anfratti penso a quante preghiere si sono elevate da quel luogo, preghiere non molto diverse da quelle elevate oggi da uomini e donne che nel mondo sono perseguitati per la loro fede. Preghiere che nonostante il passare dei secoli hanno lo stesso Destinatario.