A volte le scoperte più straordinarie nascono per caso, seguendo il filo sottile della curiosità. Stavo cercando alcune note sul monastero di Grande Meteoron in Grecia (un luogo che ho avuto la fortuna di visitare personalmente e di cui vi ho raccontato qualcosa nel mio precedente racconto) quando mi sono imbattuto in un riferimento che ha catturato la mia attenzione.
Sfogliando una vecchia guida turistica sui monasteri ortodossi, buttata in un angolo della mia libreria dedicata ai viaggi, ho letto per la prima volta del Katskhi Pillar, articolo che riporta una foto che lo ritraeva. Ve la descrivo: un monolito di pietra calcarea che si erge per circa quaranta metri e, in cima, una piccola chiesa che sembra sfidare ogni legge di gravità e logica costruttiva. Siamo nel cuore della Georgia, Stato asiatico nel Caucaso meridionale, del quale pochi conoscevano il nome, se non perché apparso sui giornali sportivi grazie agli Europei di calcio e perché ha dato i natali ad un paio di atleti che militano nella nostra serie maggiore. Uno a caso? Saba Sazonov, che ha militato nel mio amato Torino FC. Ho peccato di campanilismo, il più famoso ha militato nella squadra del Napoli.
A parte questa divagazione calcistica, se le Meteora in Tessaglia mi avevano stupito con la loro maestosità, il Katskhi Pillar mi ha conquistato con la sua apparente impossibilità. Questa chiesa, chiamata anche “Pilastro della vita”, è stata costruita dagli eremiti nel sedicesimo secolo su uno spuntone di roccia a 40 metri d’altezza nel villaggio di Katskhi, nei pressi della città di Chiatura, distante 200 chilometri dalla capitale dello Stato che è Tiblisi. Raggiungerlo è un’impresa, così nascosto tra suggestive e tortuose stradine di campagna. È la chiesa più isolata al mondo, un eremo tra le nuvole. Il suo custode sale su una scala di ferro che punteggia la parete verticale del pilastro: ogni gradino è una preghiera e ogni passo è un vero atto di fede. Ci vogliono venti minuti di ascesa per raggiungere la piccola chiesa e la sua cella monastica che coronano la vetta. Chi la abita, dopo la fatica della salita, trova la solitudine perfetta per dialogare con Dio. Il fragore della vita oscura sempre la parte profonda di noi stessi.
E’ nel silenzio che l’anima può finalmente ascoltare ciò di cui ha sempre parlato, ovvero di Dio.
La leggenda narra che monaci stiliti abitassero questa colonna di roccia già nel VI secolo, seguendo l’esempio di San Simeone che visse trent’anni sulla sommità di una colonna. Per secoli, l’eremo fu un faro di spiritualità, finché non venne abbandonato e dimenticato. La piccola chiesa in cima cadde in rovina, le scale si sgretolarono, e il monastero divenne solo un ricordo. Durante l’era sovietica, pochi osavano anche solo nominarlo; la religione era bandita, e quel dito di pietra che puntava al cielo era un affronto silenzioso, un celato anelito di fede.
Nel 1993, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, un monaco, padre Maxime – allora un uomo che cercava redenzione da un passato difficile – guardò quel pilastro e sentì una chiamata irresistibile. Con l’aiuto di alpinisti, ricostruì la scala, restaurò la chiesa, e si stabilì sulla vetta.
Visse lassù in una cella di pochi metri quadrati, senza elettricità, ne acqua corrente e tutto ciò che serve per vivere deve essere issato con corde e carrucole. Il cibo viene portato dai confratelli una volta al giorno – pane, formaggio, verdure, tutto ciò che può essere conservato senza frigorifero. La vita lassù diventa una prova di resistenza fisica oltre che spirituale.
I giovani monaci che hanno scelto di seguirlo vivono alla base del pilastro, in un monastero costruito ai piedi della roccia. Da lassù pregò e celebrò le funzioni religiose nella minuscola chiesa (può contenere al massimo tre persone). Lesse le Scritture, meditò e contemplò l’immensità del Creato dall’alto verso il basso e dall’alto (potremmo dire) verso l’Alto.
Nonostante l’accesso sia limitato e pericoloso ci sono “pellegrini dell’impossibile”, che ogni anno visitano questo luogo impervio. Ovviamente non è una salita per tutti e solo alcuni uomini hanno il permesso secondo una antica tradizione monastica ancora in vigore.
Non potrò mai sperimentare cosa si possa provare a visitare quel luogo ma penso che per alcuni sia una questione non solo di fede ma anche di audacia. Forse anche per il silenzio soprannaturale che avvolge il pilastro o semplicemente per la bellezza vertiginosa, o la curiosità di vedere un uomo che volontariamente vive sospeso tra cielo e terra, rinunciando a tutto per qualcosa che non si può vedere né toccare.
Il Monastero di Katskhi non è solo un eremo particolare – è un simbolo vivente di come la fede possa spingere l’essere umano oltre ogni limite immaginabile. Noi che cerchiamo ossessivamente il comfort e la connettività costante, ci scontriamo con un uomo vive volontariamente in una cella di tre metri per tre, senza internet, senza televisione, senza nemmeno una conversazione quotidiana che non sia con Dio.
E forse questo è il vero miracolo: non la roccia, non la chiesa, non l’architettura impossibile, ma la scelta di un uomo che nell’isolamento estremo cerca il divino, il desiderio o il coraggio di voler vivere più vicini al cielo che alla terra.
Lascio a voi la curiosità di cercare, di questo monastero, la storia e la sua architettura e soprattutto una sua fotografia.


5 risposte a “L’Eremo sospeso.”
Caro Rino, questo articolo mi ha profondamente colpito e incuriosito…..nelle nostre giornate frenetiche, scandite dal passare del tempo e dalla sensazione che non ci bastino mai le 24 ore, dovremmo cercare di trovare qualche attimo di silenzio e pace per avvicinarci a Dio…..e questo eremo ci dà l’esempio!
Grazie della tua riflessione Sara. Il tempo è una misura e noi siamo la misura del tempo.
Grazie Rino per condividere questa scoperta così singolare. Mi colpisce la figura di questo monaco che sceglie di vivere una vita sospesa tra terra e cielo, posso solo immaginare il silenzio o meglio i rumori della natura lassù. il sibilare del vento, il verso di qualche uccello mentre sfiora la cima di quella guglia. Chissà quali pensieri, riflessioni passeranno nella mente del monaco! Per un attimo sono stata lassù con lui, ben conscia che la mia capacità di vivere una tale realtà è pari a zero.
Cara Marta, grazie del tuo commento al racconto. Il tempo ed il silenzio sono due dimensioni che sempre più ci sfuggono. Ci spaventano e forse riempiamo il tempo di cose e di rumori. Dovremmo riappropriarci di entrambi, del tempo e del silenzio meditativo
La Fede Sospesa e Decisa!