Continuo la mia narrazione in terra greca, ancora alle Meteora della Tessaglia sempre in questa area dove la geografia diventa teologia, dove la roccia si fa preghiera e il vuoto si trasforma in pienezza. Sopra originali ed uniche torri di arenaria che si ergono dalla pianura come dita di giganti pietrificati, puntate verso un cielo: qui sembra che il cielo sia più vicino che altrove. E su queste guglie impossibili, a centinaia di metri dal suolo, gli uomini hanno costruito i loro colonie spirituali, monasteri che da settecento anni sfidano le leggi della fisica.

La storia comincia nel buio del XIV secolo, quando l’Impero Bizantino agonizzava sotto i colpi dell’espansione ottomana. I monaci ortodossi, perseguitati, cercavano rifugio sempre più lontano dalla furia bellica e religiosa. Ma non bastava più scappare in orizzontale, nascondersi nei boschi o nelle valli remote, bisognava fuggire in verticale, verso l’alto, verso quel cielo che sembrava l’unico spazio di libertà religiosa e spazio mistico per natura. Spazio impervio ma sacro, o forse sacro perché impervio.

Il primo a compiere questa scalata mistica fu Sant’Atanasio di Meteoron, che nel 1344 si arrampicò sulla roccia più alta e inaccessibile, quella che oggi chiamiamo Grande Meteoron. Non era solo una fuga, perché sospeso tra terra e cielo, avrebbe dichiarato la sua fede pregando. Salendo ha innalzato la sua fede come vessillo di luce, seguendo l’antica parabola del Maestro che comanda di porre la fiamma sul candelabro della montagna, perché risplenda su tutti gli uomini, e non nasconderla sotto il moggio della terra dove il buio la divora. Il luogo più inaccessibile diventa faro eterno, visibile a ogni pellegrino dell’anima. L’impresa sembrava folle. Come trasportare pietre, legno, viveri, libri su quelle pareti verticali? I monaci divennero ingegneri per necessità, inventando sistemi di carrucole e reti che sfidavano ogni logica. Costruirono scale di corda che ondeggiavano nel vento, scavarono gradini nella roccia viva, issarono monasteri interi pietra dopo pietra.

Nel loro periodo di massimo splendore, tra il XV e il XVI secolo, ventiquattro monasteri punteggiavano le vette delle Meteora come stelle incastrate nella roccia. Erano più di semplici edifici religiosi: erano biblioteche galleggianti, laboratori di copiatura dove si conservava il tesoro della cultura bizantina mentre il mondo esterno bruciava. Ogni monastero era un universo autosufficiente: i monaci coltivavano orti pensili e viti sui piccoli spiazzi ricavati dalla roccia, allevavano api per il miele, producevano vino. Erano autarchie spirituali, non superbe, con la distaccata saggezza di chi ha scelto l’eternità al posto del tempo.

Varcare la soglia del Monastero del Grande Meteoron a 600 mt sul livello del mare è come entrare in una dimensione parallela dove ad ogni passo, respiri secoli di preghiere e storia. Il cortile centrale è un piccolo miracolo di equilibrio architettonico con mura che sembrano crescere dalla roccia stessa e celle monastiche che si affacciano sullo strapiombo, limite fisico che lambisce il cielo. Qui il silenzio ha una consistenza fisica, quasi palpabile, interrotto solo dal mormorio del vento che risale dalle gole sottostanti. La Chiesa del Trasfigurazione, cuore pulsante del monastero, è un gioiello bizantino con affreschi del XVI secolo che ricoprono ogni superficie disponibile: santi dai volti emaciati e scene dell’Apocalisse dove angeli e demoni si contendono le anime, in un vortice di salvezza e dannazione.

Nel refettorio, il lungo tavolo di legno scuro dove i monaci consumavano i loro pasti frugali, sembra ancora aspettare commensali silenziosi. Le pareti sono decorate con scene della Vita di Cristo, ma è nell’ossario che il monastero rivela la sua verità più cruda: teschi e ossa di monaci morti nei secoli, disposti con cura quasi artistica, a ricordare che anche chi cerca l’eternità deve fare i conti con la mortalità. La biblioteca, fulcro di sapienza, conserva manoscritti che hanno attraversato i secoli come naufraghi della storia. Codici miniati, evangeliari dalla calligrafia perfetta, trattati di teologia copiati alla luce delle candele durante le notti infinite dell’inverno tessalo. Ogni libro è un miracolo doppio: di fattura artistica e di trasmissione del sapere.

Oggi dei ventiquattro monasteri originari ne sopravvivono solo sei, abitati da una manciata di monaci e monache che continuano una tradizione millenaria. Il turismo ha invaso questi luoghi un tempo inaccessibili, ma non è riuscito a profanarne completamente il mistero. Quando il fluire chiassoso e curioso dei turisti, (di cui ho fatto parte) ridiscende verso la pianura, le Meteora ritornano quello che sono sempre state: sentinelle di pietra che vegliano su un mondo che ha perso la capacità di guardare verso l’alto.

Perché è questo il vero insegnamento delle Meteora: che l’uomo, quando è veramente disperato o veramente ispirato, è capace di imprese impossibili e che a volte, per toccare il paradiso, bisogna avere il coraggio di lasciare la terra.

Avatar Rino Sciaraffa

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Una replica a “Sospesi tra Cielo e Terra”

  1. Avatar Daniele Arconti

    La vita spesso è molto strana. Un continuo affannarsi per ottenere qualcosa che durerà il tempo di un battito di ciglia e che continuerà a farti affannare all’infinito.

    E ci vogliono anni se non decenni per capire che tutto quell’affannarsi è assolutamente inutile. Quando te ne accorgi è comunque troppo tardi per rimediare.

    E poi leggi queste storie di persone che hanno fatto della loro vita un servizio. Che hanno lasciato dietro di loro un’eredità che dura da secoli. Tra 500 anni qualcuno si ricorderà di quello che ho fatto nella vita? O sarò solo un segno nella sabbia?

© Rino Sciaraffa