Oggi mi lancio nel commento di una canzone che da bambino mi faceva fischiettare ma della quale non potevo percepire il significato profondo. Sto parlando dell’opera di Roberto Vecchioni “Samarcanda” che si erge quale paradigma poetico dell’eterna dialettica tra la volontà umana di sottrarsi al proprio fato e l’inesorabile manifestarsi di quest’ultimo. La narrazione, ispirata all’apologo orientale del servo e della Morte, diviene metafora universale della condizione esistenziale dell’uomo moderno, sospeso tra l’illusione della libertà e l’ineluttabilità del destino.

Nel tessuto melodico e narrativo del brano musicale emerge con prepotenza il tema della fuga come manifestazione dell’hybris umana ovvero, nella tradizione greca, l’hybris rappresenta il peccato per eccellenza: la dismisura che porta l’essere umano a oltrepassare i limiti impostigli dalla sua condizione mortale. Il protagonista, mosso da quella che Kierkegaard definirebbe “angoscia del possibile”, si convince di poter eludere il proprio destino attraverso l’allontanamento fisico. Tale atteggiamento riecheggia la riflessione heideggeriana sull’essere-per-la-morte, dove l’uomo comune cerca di sfuggire all’autenticità dell’esistenza.

La canzone dipinge magistralmente questo tentativo di sottrazione dal fato attraverso immagini di viaggio e movimento che simboleggiano l’inquietudine esistenziale. Come scriveva Blaise Pascal nei suoi “Pensieri”: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera”. Il protagonista della canzone incarna perfettamente questa incapacità di accettare la propria condizione, preferendo l’illusione del movimento all’accettazione della medesima.

L’aspetto pregnante che troviamo nel testo di Vecchioni,  risiede nella rappresentazione dell’ironia tragica del destino. Ciò che dovrebbe costituire salvezza si rivela invece strumento di compimento del fato stesso. Questa inversione dialettica richiama alla memoria la concezione greca della μοῖρα (moira), dove il destino non è semplicemente ciò che accade, ma la legge stessa che governa l’accadere. Schopenhauer, nel suo “Il mondo come volontà e rappresentazione”, sosteneva che “l’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole”. Il personaggio di Samarcanda incarna perfettamente questa contraddizione: la sua volontà di fuga diviene paradossalmente il mezzo attraverso cui il destino si compie.

La geografia simbolica della canzone – con Samarcanda che da luogo di rifugio si trasforma in teatro del compimento del destino – assume valenze metafisiche profonde. Non si tratta meramente di uno spostamento nello spazio fisico, ma di una traslazione esistenziale che rivela l’impossibilità di sfuggire alla propria essenza. La fuga verso Samarcanda rappresenta l’illusione di poter conquistare un tempo diverso, sottratto alla caducità, ma l’incontro finale rivela l’inevitabilità del compimento temporale.

“Samarcanda”, oggi che ho superato l’età infantile (da tanto tempo oramai sigh!!!), nel quale fischiettavo il ritornello, ora si configura come un apologo filosofico di rara intensità, capace di condensare in forma poetica e musicale le grandi questioni dell’esistenza umana. Vecchioni non si limita a narrare una storia, ma offre una meditazione profonda sulla condizione umana, dove la tensione tra libertà e necessità, tra volontà e destino, trova una risoluzione non nella fuga, ma nell’accettazione consapevole del proprio essere-nel-mondo.

Al di là di tutto, confesso, continuo a fischiettare il ritornello ancora oggi, con diversa consapevolezza dettata dalla (speriamo) età matura.

Avatar Rino Sciaraffa

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3 risposte a “Fuga e Ineluttabilità”

  1. Avatar creativelygoatee18482047ca
    creativelygoatee18482047ca

    Ascoltavo questo bellissimo pezzo in auto, qualche sera fa. Ascoltato e riascoltato, cantato con gli amici e una chitarra, l’immagine del soldato che, tornato salvo dalla guerra, brucia la divisa, beve buon vino per festeggiare il suo ritorno a casa, e può abbandonare finalmente la paura, mi colpisce sempre. Ora la guerra più paura non fa. Ma questo stato di grazia dura meno della notte di festa, perché una nuova paura lo impossessa. Due occhi cattivi di una donna di nero vestita. E lui decide di scappare. Ha sopportato la paura della guerra, quella paura che ti lascia però una via di scampo, se hai la mano più veloce del tuo nemico. Ma gli occhi cattivi della donna vestita di nero no, non ti danno scampo:guarda proprio te, vuole te. Fuggire dalla paura della morte, non affrontare mai la realtà che un giorno la nostra vita verrà riconsegnata, è un viaggio lunghissimo su un cavallo che corre all’impazzata, non distingue ciò che passa, non lo assapora, non lo gode, solo, fugge. Troveremo, ineluttabilmente, un giorno, quello sguardo, e ci renderemo conto di averlo interpretato cattivo. Era solo stupito. Rimanere fermi ad affrontare la nostra paura, attraversarla, e restituire al grande sovrano il veloce cavallo, senza chiedergli di aiutarci a fuggire, ma di aiutarci a dare un senso alla nostra paura, restandoci accanto, ci libera.

    1. Avatar Rino Sciaraffa

      Che splendido e ricco commento che ripercorre fedelmente il testo canoro. Grazie. Condivido le tue riflessioni finali.

  2. Avatar Anomys
    Anomys

    Grazie Rino per questa bella riflessione. 😊

    Non avevo mai analizzato in profondità il brano che mi riportava semplicemente ad un’immagine di fuga. Leggendoti ho una nuova sovrapposizione simbolica da aggiungere alla scena: ll compimento (sia esso inevitabile destino o eroica/antieroica consapevolezza).

© Rino Sciaraffa