“Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito.”
Novecento- Alessandro Baricco
Ed in queste parole si nasconde una delle più profonde riflessioni sulla natura umana e sulla creatività che la letteratura contemporanea, dal mio punto di vista, ci abbia regalato. Se non lo avete mai letto, ve lo consiglio, come anche la versione cinematografica prodotta dal regista Giuseppe Tornatore, però, se volete un suggerimento personale, prima leggete il libro, vi gusterete di più il film.
Ottantotto tasti. Un numero preciso, tangibile, che chiunque può contare. Eppure, da questo limite apparentemente invalicabile, scaturisce l’infinito. Non è forse questo il paradosso più affascinante dell’esistenza umana? Viviamo immersi in confini – il nostro corpo, il nostro tempo, le nostre possibilità materiali – eppure dentro questi confini dimora qualcosa che sfugge a ogni misura: la nostra capacità di immaginare, di creare, di trascendere.
Il pianoforte diventa così metafora perfetta della condizione umana. Come gli 88 tasti che aspettano le dita del pianista, anche noi abbiamo a disposizione elementi limitati: ventiquattro ore al giorno, un numero finito di respiri, un corpo che perde piano piano la sua dimensione. Ma quello che possiamo fare con questi elementi, le combinazioni che possiamo creare, i mondi che possiamo costruire, le emozioni che possiamo suscitare – tutto questo è davvero infinito.
La storia di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il protagonista del libro, ci insegna che la libertà non sta nell’avere scelte illimitate, ma nel saper trasformare i limiti in opportunità. Un pianista mediocre vede 88 tasti; un genio vede infinite possibilità. La differenza non sta nello strumento, ma nello sguardo, nell’anima, nella capacità di vedere oltre l’apparenza.
Ogni artista, ogni creatore, ogni essere umano che si confronta con la propria esistenza si trova davanti alla stessa sfida: l’infinito che dimora dentro di noi si manifestasse attraverso la nostra finitezza. Io, nel mio piccolo, mi immedesimo in ogni narratore (scrittore una parola troppo grande per riferirla a me) che sa che l’alfabeto ha solo ventuno lettere, eppure con esse si possono scrivere infinite storie. Un limite che diventa trampolino verso infiniti-infiniti.
Dentro ognuno di noi dimora qualcosa che sfugge a ogni misura: la capacità di amare, di immaginare, di creare significato. Non importa quanto siano limitati i nostri strumenti, non importa quanto sia breve la nostra vita, non importa quanto piccolo sia il nostro mondo. Quello che conta è la consapevolezza di portare dentro di noi l’infinito.
Questo pianoforte, questo pianista Danny Boodmann T.D. Lemon, immaginato da Alessandro Baricco ci ricorda che non sono i mezzi a fare l’artista, ma l’artista a trasformare i mezzi, esempio di come non sono le circostanze a determinare la grandezza di una vita, ma la capacità di vedere oltre le circostanze, di trasformare anche i limiti più stringenti in varchi verso l’infinito.
Il Paradosso del Finito e dell’Infinito: anche quando abbiamo solo 88 tasti a disposizione la musica non è nei tasti – è nel silenzio tra le note, nell’intenzione che precede il suono, nell’emozione che nasce dall’ascolto. I tasti sono solo il mezzo; l’infinito è il fine. E questo infinito non appartiene al pianoforte, appartiene a noi, alla nostra capacità di dare senso, di creare connessioni, di trasformare il suono in linguaggio dell’anima.


4 risposte a “L’infinito dentro di noi.”
Grazie Rino, il messaggio che hai condiviso è di una bellezza rara. “Saper trasformare i limiti in opportunità” è un atteggiamento davvero positivo, creativo e costruttivo che personalmente spero di riuscire ad attuare. Quanto infinite possono essere le relazioni scaturite da “oggetti finiti” mossi da anime infinite.
P.S. Come non ti definisci scrittore? “Non è la penna che scrive, ma la mano che la regge”.
Grazie del tuo commento cara Simona. In effetti il tema proposto è significativo per ciascuno di noi, che nella vita fronteggia i limiti impliciti e scopre, piano piano, che la nostra esistenza offre infinite variabili, prevedibili ed imprevedibili, attese e talvolta disattendendo ciò che ritenevamo probabile o possibile. Le variabili sono spesso superiori alle nostre percezioni ed in questo senso le interpreto come infinite, nella finitezza della nostra esistenza.
Scrittore…bho non lo so. Non posso paragonarmi a quanti lo sono effettivamente…però mi piace definirmi narratore, in una accezione non didattica ovviamente. Brani, riflessioni e racconti sono il senso di un percorso che faccio dentro di me (nelle infinite variabili)….nella mia dimensione interiore.
Un caro saluto.
“La differenza non sta nello strumento, ma nello sguardo, nell’anima, nella capacità di vedere oltre l’apparenza.”Grazie Rino bellissima e profonda riflessione. La capacità di “guardare” oltre si impara nel corso della cammino della vita, l’arte di “saper attingere all’infinito che è dentro ognuno di noi.”
Proprio cosi cara Marta…saper guardare oltre i limiti e sapere cogliere tutte le sfumature oltre il percepibile o il percepito.
Grazie del tuo commento cara amica (e collega).