La guerra più dura è la guerra contro se stessi. Bisogna arrivare a disarmarsi. Ho perseguito questa guerra per anni, ed è stata terribile. Ma sono stato disarmato. Non ho più paura di niente, perché l’amore caccia il timore. Sono disarmato della volontà di avere ragione, di giustificarmi squalificando gli altri. Non sono più sulla difensiva, gelosamente abbarbicato alle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non ci tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti. Se uno me ne presenta di migliori, o anche di non migliori, ma buoni, accetto senza rammaricarmene. Ho rinunciato al comparativo. Ciò che è buono, vero e reale è sempre per me il migliore. Ecco perché non ho più paura.
Quando non si ha più nulla, non si ha più paura. Se ci si disarma, se ci si spossessa, ci si apre al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose, allora Egli cancella il cattivo passato e ci rende un tempo nuovo in cui tutto è possibile.
Atenagora di Costantinopoli (1886-1972)
Le parole di Atenagora risuonano con una forza dirompente nella loro semplicità, un punto di partenza per navigare nelle nostre esistenze inquiete. Non esistono nemici più formidabili di quelli che portiamo dentro: le nostre paure, i nostri pregiudizi, l’orgoglio ferito, la necessità compulsiva di avere ragione.
Il concetto di “disarmarsi” che Atenagora propone rappresenta uno dei paradossi più profondi della nostra crescita. Ci insegnano costantemente di armarci, per combattere o difenderci, con armi, che sono l’orgoglio, ego, parole taglienti. Atenagona propone il movimento opposto. Arrendevolezza che non è resa o debolezza è piuttosto consapevolezza, un disarmo interiore che tocca una delle radici più profonde del conflitto umano. Accogliere è la parola del disarmo. Accogliere le proprie limitazioni e fragilità, una rivoluzione copernicana del modo di stare al mondo. L’accoglienza richiede uno spazio interno vuoto, libero dalle preoccupazioni egocentriche. Il condividere, poi, implica il riconoscimento che ciò che possediamo, materialmente e intellettualmente, che non ci definisce completamente ma è la nostra cifra relazionale con il mondo intorno a noi.
Quello di cui parla Atenagora non è indifferenza o mancanza di passione, è piuttosto la capacità di tenere le proprie convinzioni con mano leggera. Questo atteggiamento richiede una fiducia profonda nel processo stesso dell’esistenza, nella convinzione che la verità sia più grande di qualsiasi nostra singola prospettiva.
Il superamento del comparativo forse è questa la chiave di volta di tutto il pensiero di Atenagora. Il comparativo è il linguaggio di una esistenza sempre in competizione, sempre bisognosa di misurare e classificare. Ma quando si abbandona questa logica, si entra in una dimensione dove ogni cosa può essere apprezzata per quello che è, non per come si posiziona rispetto alle altre.Questa rinuncia al comparativo libera da una delle fonti più persistenti di infelicità umana. Lasciare che ogni momento diventa pieno di possibilità, ogni incontro una potenziale benedizione.
Il legame che Atenagora stabilisce tra il non avere nulla e il non avere paura è illuminante. La paura nasce spesso dall’attaccamento: temiamo di perdere ciò che abbiamo, di non ottenere ciò che desideriamo, di non essere all’altezza delle aspettative. Ma chi ha “rinunciato al comparativo” e si è “spossessato” ha anche liberato se stesso dalla tirannia dell’avere, quella che i mistici chiamano “distacco”. È la capacità di godere delle cose senza esserne posseduti, di amare senza pretendere di possedere, di vivere senza la costante ansia di preservare e accumulare.
L’immagine finale di Atenagora dell’apertura al “Dio-Uomo” offre un modello di rinnovamento profondo. Già in un precedente mio racconto ho parlato del “viaggio dentro di noi e della kenosis interiore”. Una proiezione che ci porta non verso una consapevolezza di un potenziale di cambiamento interiore, una dimensione dell’esistenza accessibile qui e ora.
In un’epoca caratterizzata dalla polarizzazione, dalla competizione esasperata, dall’ansia da prestazione, le parole di Atenagora suonano come una sfida. Ci invitano a sperimentare un modo diverso di essere umani: più aperti, più coraggiosi nel vulnerabile, più generosi nel riconoscere il valore degli altri.
Forse il messaggio più profondo di Atenagora è questo: che il coraggio più grande non è quello di chi combatte, ma di chi sa quando è il momento di aprire il cuore. In questo gesto apparentemente fragile si nasconde una forza rivoluzionaria, capace di trasformare non solo chi lo compie, ma anche il mondo che lo circonda.


9 risposte a “Disarmo interiore.”
Il coraggio più grande è quello di aprire il cuore…in un mondo che ci vuole competitivi, incattiviti e senza emozioni aprire il cuore è veramente qualcosa di rivoluzionario. Aprire il cuore al prossimo,al mondo significa avere fiducia che, nonostante tutto, c’è ancora qualcosa per cui sperare. Ci insegna a superare i nostri limiti e quelli impostici dal mondo intorno a noi e scoprire che il mondo, il prossimo non è poi così male. Grazie per questa riflessione. È sempre un piacere leggerti
Cara Rossana, si, il coraggio più grande è quello di aprire il cuore. Ci manca spesso la forza, ma altre volte, la volontà.
Grazie per la tua riflessione
Una cosa ho ben imparato nella mia vita : essere “nudi” davanti a Dio aiuta ad avvicinarsi a Lui !
Grazie Nick per la tua riflessione…in effetti lo spogliarsi interiormente di tutto davanti a Dio è un concetto profondo della spiritualità che indica un processo di completa apertura e vulnerabilità spirituale. Significa liberarsi da tutte le maschere, le pretese e le difese che normalmente manteniamo, presentandosi autenticamente nella propria nudità esistenziale.
Grazie ancora per la tua riflessione
Dimenticavo, grazie ancora una volta Rino per questa importante riflessione. 😊
Grazie.
avere il coraggio di aprirsi, non è da tutti.
manifestare il proprio pensiero, pur citando quello altrui è prendere posizione. Molti seguono, affermano e confermano sempre e comunque. Metterci del proprio non è facile, ci espone a facili critiche e considerazioni comode da fare a freddo.
In fondo ciò che Gesù desiderava dai suoi era che parlassero con autorità manifestando ciò che avevano nel cuore.
La mente umana è un delicatissimo processore ormai del tutto starato a causa degli eccessi funzionali dell’io il quale, dopo essere andato fuori controllo a causa della primitiva ribellione, ha polarizzato su di sé tutte le funzioni mentali, le quali ora risultano fortemente orientate alla competizione distruttiva. In Cristo abbiamo avuto in regalo un nuovo processore che però deve essere attivato e riprogrammato secondo i nuovi standard, la cui traccia è riportata sul Nuovo Manuale Operativo.
E qui entra in azione l’esortazione di Atenagora. Per procedere in questa direzione è inevitabile disarmarsi, azzerarsi, destrutturarsi, cancellare tutte le vecchie procedure a noi familiari ma fallate e avviarsi con timore sulla nuova strada indicata.
Le note di Atenagora sono una sfida. Siamo costretti a sperimentare un modo sconosciuto di vivere. Un modo di essere che può apparire scellerato, senza coperture, rischioso e spaventoso come attraversare il campo minato della nostra nevrosi per scoprire che non è più necessario aver paura degli altri.
Grazie Rino.
Non so esattamente quando tutto questo sia partito in me (addirittura all’asilo probabilmente), quale sia stato l’evento scatenante ma da un certo punto in poi ho iniziato a guardare la collettività a dovuta distanza proprio perchè ritenevo che sotto l’avvincente principio dell’aggregazione avevano sede i confronti piu’ spietati. Di competizione ritengo sana solo quella sportiva (sempre se non degenera in forme di autoesaltazione e disprezzo verso gli avversari o concorrenti). Nel vano tentativo di sfuggire a questa gara continua non mi sono resa conto che alcuni comportamenti altrui generavano in me dei riflessi caratteriali o emotivi piuttosto negativi ed io “emanavo” a mia volta quegli squarci di buio “cattivi voi, cattiva io” ma questo schema di pensiero mi ha reso principalmente nemica di me stessa.Avrei dovuto guardare le cose con occhi diversi, crescendo avrei dovuto chiedere a Dio l’illuminazione di farmi comprendere quanto siamo fragili. Nel nostro umano tentativo di autodifenderci ci esponiamo ai rischi maggiori di quelli che già conosciamo. Proprio giorni fa pensavo a quanto siano belle le parole del brano “I surrender”, arrenderci a Dio, arrenderci a noi stessi. Spogliarci coraggiosamente da quel mantello sfarzoso, ormai logoro dal tessuto scucito e ornamenti che cadono ad ogni minimo passo. Una volta espropriati da quella terra ricca di sabbie mobili, uscire fuori dalla palude e guardare i nostri simili. Guardare i nostri simili perchè in giusto un paio di cose essenziali ci somigliano inevitabilmente, tentare una connessione, una cooperazione.
È proprio la guerra contro se stessi, l’unica guerra che ci è concessa. In tutto il resto, si procacci la pace. La vera vittoria sta nella capacità della resa, nell’imparare a lasciare andare, ad aprire generosamente le mani senza trattenere più nulla, e scoprire che le cose vanno in equilibrio da sole. Grazie per questa bellissima riflessione, sono le cose alle quali protendo…