La preghiera cristiana si colloca nel punto di intersezione più delicato tra limite e infinito, dove l’anima umana, nella sua costitutiva finitezza, si apre all’incontro con l’Assoluto divino. La tradizione mistica cristiana ha esplorato questo paradosso attraverso secoli di esperienza contemplativa, rivelando come l’infinito divino non si raggiunga per ampliamento del limite umano ma attraverso il suo radicale superamento in una dinamica di kenosi che rispecchia il mistero stesso dell’Incarnazione.
Dai Padri del deserto fino ai grandi mistici medievali e moderni, emerge una comprensione della preghiera non come tecnica di comunicazione con il divino, ma come trasformazione ontologica dell’orante che si dispone ad accogliere l’irruzione dell’infinito nel finito. Questa trasformazione avviene paradossalmente attraverso lo svuotamento (kenosi) piuttosto che attraverso l’accumulo, attraverso la notte piuttosto che attraverso la luce, attraverso il nulla piuttosto che attraverso l’essere. Mi rendo conto che questo concetto esula dalla esperienza più comune della preghiera che si riflette, più in modo elementare, in una sorta di prospettiva di dialogo con Dio.
Ho letto un paio di libri molto interessanti sui Padri del Deserto soprattutto uno, bellissimo, scritto da Rowan Williams dal titolo “La sapienza del deserto”. Egli scrive che la tradizione monastica del deserto egiziano del IV secolo inaugura una comprensione della preghiera che privilegia il silenzio (hesychia) come modalità primordiale di rapporto con l’infinito divino. Per Antonio il Grande, Macario e i primi anacoreti, il deserto non è semplicemente luogo geografico ma spazio simbolico dove l’anima si spoglia di ogni supporto finito per esporsi alla nudità dell’incontro con Dio. In un altro classico della letteratura cristiana, “Racconti di un pellegrino russo”, emerge il cuore dell’ hesychia con la “Preghiera di Gesù” che propone, a chi prega di ripetere le seguenti parole: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Questa tradizione rappresenta il paradigma di una preghiera che si auto-annulla come discorso umano per diventare respiro dell’infinito divino. La ripetizione continua della formula non mira all’accumulo meritorio ma alla dissoluzione della coscienza discorsiva in una presenza che trascende ogni categoria.
Nel libro di Rowan Williams si parla di Evagrio Pontico che teorizza la dinamica di preghiera attraverso la distinzione tra praxis (ascesi attiva) e theoria (contemplazione). La praxis purifica l’anima dalle passioni finite, mentre la theoria è pura recettività all’infinito divino che si manifesta nella preghiera pura (katharos proseuche) – preghiera senza immagini, senza concetti, senza oggetto determinato, dove l’orante diventa trasparenza all’azione divina. Parla anche di Abba Arsenio che sintetizza questa saggezza nel celebre detto: “Fuggi, taci, sta’ in pace” (Fuge, tace, quiesce). Il fuggire è liberazione dai legami finiti, il tacere è superamento del discorso concettuale, lo stare in pace è disponibilità pura all’infinito che viene. Il limite umano non viene negato ma trasfigurato in capacità recettiva dell’illimitato.
La tradizione mistica rivela la preghiera come luogo teologico privilegiato per comprendere il rapporto tra limite e infinito. Mentre la teologia speculativa affronta questo rapporto attraverso concetti e distinzioni, la preghiera mistica lo vive in forma esperienziale, rivelando aspetti che sfuggono all’analisi puramente razionale.
Infondo, la preghiera mistica, mostra che l’infinito divino non è oggetto della conoscenza umana ma soggetto che trasforma il conoscente. Non è l’anima che conquista Dio ma Dio che si dona all’anima preparata ad accoglierlo. L’infinito non si raggiunge per estensione del finito ma per sua trasfigurazione qualitativa.


7 risposte a “Limite e Infinito nella Preghiera Cristiana”
Grazie per questo interessante post😊
Quando scrivi “… Il limite umano non viene negato ma trasfigurato in capacità recettiva dell’illimitato… ” trovo il fulcro di questa riflessione.
La preghiera è un po’ come uno speaker radiofonico che per la prima volta ascolta estasiato un pezzo da lui stesso presentato. A volte si va a Dio con formule, monologhi o silenzi, ma si tratta di un “attacco o gancio (spesso cedevole)” la fase principale viene dopo, quando si attende in risposta una visione scortata da musica e parole create dall’intelligenza suprema dell’Assoluto.
Graie per la tua riflessione. Definire la preghiera è qualcosa di troppo personale e tu ne hai evidenziato alcune criticità.
Siamo qualcosa di unico nel nostro interiore e, di conseguenza, anche ciò che esprimiamo nella nostra anima ha varie sfaccettature. Già, di per sè, l’incontro con il divino, è materia alquanto complessa da definire, figuriamoci l’inenarrabile che avviene dentro noi.
In una delle sue lettere Paolo afferma più o meno che “contemplando come in uno specchio la gloria del Signore possiamo essere trasformati”. Questa operazione va fatta a “viso scoperto” ovvero con autenticità di cuore, in trasparenza. Tentando una lettura del testo greco parola per parola, mi sembra di scorgere il valore profondo e insondabile degli argomenti trattati da Rino: “…e noi tutti, a viso scoperto, specchiandoci nella gloria del Signore siamo trasformati nella sua stessa immagine. Secondo me questa cosa qua non lascia adito a dubbi. Facciamo in modo che il nostro “io” sia accecato dalla Sua gloria e il gioco è fatto.
Grazie Marco per la tua bella riflessione, molto profonda. Diciamo che dentro la preghiera, dal mio punto di vista, ci sta tutto (pienamente) il nostro IO. Sia nelle sue dinamiche psicologiche (e che lo dico a fare verso uno psicologo…) , sia le questioni interiori non risolte. Tu hai tracciato l’obiettivo, l’ottimale, a noi imparare a gestire l’ordinario delle nostre dinamiche interiori.
mi piace quando
mi piace quando scrivi : “la preghiera come luogo teologico privilegiato per comprendere il rapporto tra limite e infinito” . Credo che la potenza della preghiera la si può sperimentare solamente se si vive la preghiera. Bisogna provarla e una volta sperimentata se piace non smetti mai più fino alla morte!
Concordo perfettamente con te. Una dimensione difficile da raccontare, difficile anche da sperimentare, ma importante da fare.
Un caro abbraccio Nick!