Il tema dell’incarnazione non esaurisce, in teologia, il tema del limite e dell’infinito. A questa dimensione della Kenosis, di cui ho parlato nel mio precedente racconto, si deve aggiungere quella del tempo: il tempo presente e quello (infinito) dell’avvento del Regno di Dio. Anche il non credente vive questa dualità, seppur con prospettive diverse: il nostro limite di vita, limite che abbraccia ogni forma di vita animata o inanimata e l’infinito, il trasformarsi della materia in qualcos’altro.

Da una prospettiva cristiana, la teologia ha sviluppato una comprensione distintiva della tensione escatologica che attraversa l’intera esistenza, articolata attraverso il paradigma del “già”  e il  “non ancora”. Questa struttura temporale non rappresenta semplicemente una questione cronologica, ma rivela la modalità fondamentale attraverso cui l’infinito divino si manifesta nel limite della storia umana, creando una tensione permanente che definisce l’esperienza di fede.

La tradizione riformata, dalle agostiniane e calviniane fino alle elaborazioni contemporanee di teologi come Oscar Cullmann, George Eldon Ladd e Jürgen Moltmann, ha mostrato come questa tensione escatologica costituisca il cuore dell’antropologia cristiana e della comprensione del rapporto tra Regno di Dio e mondo presente. Nei miei studi in Teologia in Facoltà ho principalmente approfondito il pensiero di Moltmann di cui sono rimasto profondamente affascinato. Più recentemente ho approfondito il pensiero di Karl Barth e della sua teologia dialettica. Chi volesse affrontare qualche lettura in merito può mandami un messaggio e cercherò di dargli qualche riferimento bibliografico. Non aspettatevi nulla di esaustivo al 100%, non sono un accademico, ma un semplice studente che continua a leggere e rileggere alcuni testi che ho trovato fondamentali per me ed interessanti.

Per Karl Barth presenta il tema del limite e dell’infinito mostrando come la rivelazione stessa sia strutturata escatologicamente. Dio si rivela nell’evento di Gesù Cristo come colui che è infinitamente vicino e infinitamente lontano: vicino perché si è fatto completamente presente nella storia, lontano perché rimane sempre il totaliter aliter, il completamente altro. Per Barth, l’escatologia non è dottrina delle res novissimae ma modalità di ogni affermazione teologica: parlare di Dio significa sempre parlare escatologicamente, cioè, riconoscere che l’infinito divino si è definitivamente manifestato in Cristo ma rimane sempre oltre ogni comprensione e possesso umano.

Moltmann riarticola la tensione escatologica attraverso la categoria della speranza (Hoffnung), mostrando come l‘eschaton non sia meta futura ma forza del futuro che agisce già nel presente trasformandolo. La risurrezione di Cristo non è semplicemente evento passato ma promessa che apre il futuro e relativizza ogni presente. La sua “teologia della speranza” rivela come l’infinito divino si manifesti nel limite storico non come presenza statica ma come dynamis trasformante che continuamente supera ogni situazione data verso possibilità sempre nuove. L’escatologia non è dottrina della fine ma ontologia dell’avvento: l’essere stesso è costituito dall’avvenire di Dio.

Questa prospettiva è quella che ho citato in inizio di racconto del “già” e “non ancora”, quindi in sostanza, non sia imperfezione da superare ma struttura costitutiva della realtà creata: l’infinito divino si manifesta precisamente nel mantenere aperto il futuro, nel non permettere che alcuna realizzazione storica si assolutizzi.

La ecclesiologia protestante comprende la Chiesa come comunità escatologica che vive la tensione del “già” e “non ancora” in forma comunitaria. La Chiesa è già Corpo di Cristo e anticipo del Regno, ma rimane comunità di peccatori perdonati che aspetta la piena manifestazione della gloria divina. Un finito (la Chiesa) e l’Infinito (in Dio) che si “toccano” e sono la cifra del nostro “ora”.

Avatar Rino Sciaraffa

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6 risposte a “Limite ed Infinito nel pensiero escatologico.”

  1. Avatar marco granno
    marco granno

    Molto interessante!

    La tensione del “già e non ancora” ci spinge inconsapevolmente a entrare nell’eternità tramite la lode. Cio è un modo per vivere pienamente la presenza di Colui che è fuori dal tempo. Essere fuori dal tempo (anche solo per qualche frazione di secondo 😶) ci permette di sperimentare e memorizzare “qui ed ora” informazioni preziose per la nostra salute fisica e spirituale, informazioni che provengono direttamente dal trono di Dio e che vengono memorizzate nel cuore (il processore della vita emotiva) contribuendo all’arricchimento della nostra esperienza. Lodare il Signore è la nostra macchina del tempo necessaria per travasare la Sua Gloria in noi senza essere polverizzati, mentre aspettiamo il non ancora.

    1. Avatar Rino Sciaraffa

      Grazie Marco del tuo commento. Grazie per la proposta di riflessione relativa alla lode. Io vedo anche la dimensione del silenzio dentro questa sperimentabilità di Dio. Il “totalmente altro” si manifesta attraverso la kenosi, lo svuotamento, dove la massima rivelazione coincide con il massimo nascondimento sulla croce. Di questo avevo parlato nella mia precedente riflessione sul blog. Io credo che l’alterità divina si esprime (anche) attraverso la vulnerabilità e il silenzio. Queste interpretazioni convergono nel riconoscere che la rivelazione cristiana non risolve il mistero dell’alterità divina, ma lo intensifica: in Gesù, Dio si rivela come colui che rimane mistero anche nel darsi completamente. Il “totalmente altro” non viene domesticato dalla rivelazione, ma si rivela precisamente nella sua indomabile alterità.

  2. Avatar Anomys
    Anomys

    Molto interessante 🙂
    Mi ha colpita particolarmente questa visione di “totaliter aliter” nonché il
    “completamente altro”. Se ho ben capito Barth nell’elaborazione di un qualsivoglia pensiero teologico riconosce in Gesu’ la rivelazione di Dio. Leggendo poi, sempre riferito alla figura di Cristo “… ma rimane sempre oltre ogni comprensione e possesso umano…” mi chiedo in che senso. Forse per lui non esistono dettami pervenuti da Dio e rielaborati da esseri umani in differenti correnti religiose del cristianesimo? O forse non concepisce il cristianesimo stesso?
    Grazie di cuore, un saluto!

    1. Avatar Rino Sciaraffa

      Domande interessanti le tue. Cerco di risponderti brevemente. La tradizione dialettica di Karl Barth enfatizza la radicale trascendenza divina. Per Barth, Dio rimane il “totalmente altro” anche nella rivelazione in Cristo: Gesù non elimina la distanza ontologica tra divino e umano, ma la attraversa mantenendola. La rivelazione è un atto sovrano di Dio che viene verso l’umanità senza cessare di essere trascendente. Cristo è simultaneamente il nascondimento e la rivelazione di Dio. Quest’ultima affermazione la trovo profonda ed affascinante al medesimo tempo. Dio non è comprensibile completamente, altrimenti non sarebbe Dio. Il Cristo è Colui che lo fa conoscere, nella proporzione umana, in quella dimensione conoscibile della nostra esperienza ed sperimentabilità, non oltre, perchè per noi non comprensibile.

      1. Avatar Anomys
        Anomys

        Ora mi è chiaro 🤓

        Grazie infinite per questo ricco approfondimento.

        A presto!

  3. Avatar marco granno
    marco granno

    il “totalmente altro” così come tu correttamente lo intendi, è una dimensione che non si adatta alle pur molteplici lunghezze d’onda della mente. Questo è un bene per chi sceglie di navigare nella kenosi per poter sperimentare il brivido delle altezze di Dio….Fuggire dalle profondità della fossa. Probabilmente, seguendo il tuo ragionamento, è da qui che nasce la lode come evento spontaneo scollegato da costrutti mentali. Spirito e verità.

© Rino Sciaraffa