La ricerca di un centro spirituale è antica quanto l’umanità stessa. Ogni tradizione la descrive con parole diverse ma tutte parlano della stessa esperienza fondamentale: ritrovare la propria essenza autentica e scoprire che essa è collegata a qualcosa di più grande. Un viaggio che è esso stesso parte della destinazione. Destinazione e destino, due parole che hanno, in latino ed in italiano (ovviamente) una stessa radice. Il verbo latino “destinare” ha un significato ricco e sfumato: significa “fissare”, “stabilire”, “decidere fermamente”, “assegnare”, “determinare”. L’idea originaria è quindi quella di qualcosa che viene “fissato” o “stabilito” con fermezza, come se fosse determinato da una forza superiore. Concetto tipico di una cultura che interpretava ogni movimento come preordinato dalla divinità. La destinazione è il luogo in cui si è diretti, la nostra meta finale. Conserva quindi l’idea di un punto prestabilito verso cui ci si muove. Nel caso di “destino”, il significato si è sviluppato verso l’idea di un corso di eventi predeterminato o inevitabile, una sorte assegnata. È interessante notare come entrambi i termini mantengano questo concetto di predeterminazione, di qualcosa che è già stato fissato o stabilito in anticipo, sia esso un luogo da raggiungere o un percorso di vita da seguire.
Questa connessione etimologica riflette una concezione antica del viaggio e della vita: l’idea che ci sia un punto d’arrivo prestabilito, una meta finale che ci è in qualche modo assegnata. E come non poter continuare a concepirlo in questo modo? In questo destino di finitezza ecco che cerchiamo una nostra completezza di senso, un ritorno all’essenziale, alla sorgente. È imparare nuovamente a vedere con occhi limpidi, ad ascoltare con orecchie attente, a percepire con cuore aperto. Questo viaggio è dentro ogni passo della vita, in ogni istante ed in ogni battito di ciglia o di cuore.
Quando questo accade, anche solo per brevi momenti, scopriamo che il centro non è un punto statico, ma una presenza dinamica che permea ogni aspetto dell’esistenza. Non è separato dalla vita quotidiana, ma ne è la sostanza più profonda, avendo la capacità di essere pienamente presenti alla vita stessa, in tutte le sue manifestazioni. È riconoscere che il sacro non è confinato in templi e rituali, ma respira in ogni atomo del creato, compreso il nostro essere più intimo, una saggezza che vede l’unità nella diversità.
Il nostro centro spirituale non è tanto qualcosa da raggiungere quanto una realtà da riconoscere, già presente ma oscurata dalle identificazioni e proiezioni dell’ego. Vorrei solo specificare di cosa si intende per “ego”: costruisce un’identità che costruiamo e basiamo su ruoli sociali, possessi, opinioni, desideri transitori, e questa costruzione vela la nostra natura essenziale.
Una profonda ricerca spirituale è la ricerca di un “centro” ed in questa prospettiva ha un valore particolare perché rivoluziona completamente il modo di intendere il cammino spirituale. Anziché essere uno sforzo per trasformarci in qualcosa che non siamo ancora, diventa un ritorno alla nostra autentica essenza. Non dobbiamo accumulare nuove qualità o conquiste spirituali, ma piuttosto liberarci di ciò che è superfluo. La spiritualità diventa così un progressivo distacco dalle false identificazioni, un allentare gradualmente la stretta con cui il nostro ego si attacca alle immagini illusorie che proietta su se stesso e sul mondo.


4 risposte a “Il Legame tra Destinazione e Destino nella Spiritualità”
Grazie per questo viaggio alla ricerca di qualcosa che dia una ragione al viaggio stesso.
Conoscendo la lingua rumena, posso dirti c’è una parola molto interessante che ogni volta mi dà tanto da pensare… La parola “întâmplare”. In italiano si traduce con l’espressione “per caso” proprio ad indicare una casualità. L’etimologia della parola întâmplare, però, è molto interessante. Dividendola i due otteniamo “în” e “tâmplare” che è una derivazione dell’espressione “în templu”, cioè nel Tempio.
Quindi.quello che succede non è mai “per caso” ma fa tutto parte di un disegno divino (nel tempio).
Potremmo disquisire su questo concetto per decenni e ognuno la vedrebbe a suo modo. Io per esempio credo ci sia una volontà divina suprema sulla storia ma non credo che ogni cosa che succede sia volontà divina, altrimenti non si spiegherebbero i crimini o in generale le tante cose orribili complicate dall’uomo. Se Dio è sovrano e niente non succede se non per la sua volontà per cosa dovrebbe essere giudicato l’uomo quando Dio stesso giudicherà i morti ed i vivi secondo le loro azioni?
Argomento molto importante e anche molto complesso.
Grazie per condividere i tuoi pensieri. Un abbraccio
Grazie Daniele. Bellissimo commento con un approccio interculturale. Grazie per avermi fatto immergere in una lingua che non conosco e grazie per la tua bella riflessione.
Un caro abbraccio
Caro Rino, con questo articolo ci conduci per mano verso un’intuizione preziosa: la spiritualità non è aggiungere, ma spogliare, tornare all’essenziale, riconoscendo che il sacro non è altro da noi, ma la sostanza stessa del vivere. Un testo denso, poetico e riflessivo, che parla alla mente e al cuore, ispirando a riconsiderare il cammino spirituale non come conquista ma come ritorno a ciò che siamo sempre stati. È un insegnamento davvero interessante. Grazie.
Bellissima riflessione! In questa lunga fase di ricerca esistenziale lunga una vita, oscilliamo tra vibrazioni ascendenti e discendenti, appena percettibili o risonanti, policromatiche o in scala di grigi giungendo alla genesi della nostra vera persona spirituale, una rosa diamantata dalle molte facce, facce che a volte ignoriamo per lungo tempo.
Grazie per la condivisione! 😊