Il Viaggio verso un “centro”, un passaggio ed una kenosis.
Nel mio racconto su Delfi del 15 aprile scorso, diversi hanno letto e commentato quanto questo luogo sia stato “…anche un luogo di purificazione e rinascita spirituale. I pellegrini che si recavano a Delfi toccavano la pietra sacra come parte del loro percorso rituale, sperando di ricevere la benedizione divina e di purificarsi dalle impurità morali”. Ho notato che i vostri interventi si riferivano sia all’idea di pellegrinaggio sia al concetto di trovare un centro, due elementi tipici (pellegrinaggi e purificazione spirituale) dei luoghi sacri in varie religioni.
Che si tratti della Mecca nell’Islam, del Cammino di Santiago o di Roma nel cristianesimo, del Gange nell’induismo o di altri luoghi sacri, il pellegrinaggio risponde a un bisogno profondamente umano di ricerca di significato e trascendenza. Un centro nostalgico o archetipo nel quale compiere un percorso a ritroso, lasciandosi alle spalle il luogo di dimora, in cui il viaggiatore-pellegrino si spoglia temporaneamente dei suoi ruoli abituali per assumere l’identità più essenziale di cercatore spirituale.
Nelle tradizioni mistiche, questo abbandono riflette un percorso di kenosis, (dal greco κένωσις che significa “svuotamento” o “spogliamento”) necessario per accogliere una nuova comprensione spirituale, mentre nel linguaggio più ampio, “kenosis”, può anche riferirsi metaforicamente a qualsiasi atto di auto-svuotamento, umiltà o rinuncia al potere per amore degli altri. Il filosofo Martin Buber parlava dell’importanza di “lasciare il proprio Egitto” personale per incontrare il sacro nel quale “l’Egitto personale” rappresenta tutto ciò che ci tiene prigionieri nella nostra vita: abitudini consolidate, visioni limitate del mondo, attaccamenti malsani, paure, e soprattutto una relazione con la realtà basata sul possesso e sull’utilizzo (quella che egli chiama relazione “Io-Esso”) piuttosto che sull’incontro autentico, quell’incontro che lui definisce la relazione con “Io-Tu” con il divino. Il centro è anche un non-luogo (atopos – ἄτοπος), uno spazio dove si ha il coraggio di entrare in relazione con l’Alterità: come gli Ebrei dovettero attraversare il deserto, affrontando incertezza e vulnerabilità, così l’individuo deve attraversare uno spazio di rischio e apertura esistenziale. Buber scrive che “Ogni vero vivere è incontro”, ma questo incontro autentico può avvenire solo quando ci liberiamo dalle strutture che ci rendono incapaci di vedere l’altro (sia esso umano o divino) come presenza viva anziché come oggetto della nostra esperienza. Il muoverci diventa, nel pensiero buberiano, non solo un viaggio verso un luogo esterno, ma un cammino di trasformazione dalla relazione “Io-Esso” alla relazione “Io-Tu”, dove l’incontro con il divino avviene nel presente vivente dell’esperienza dialogica.
Il pellegrino, sia che si muova verso un luogo fisico o verso un’esperienza spirituale più profonda, affronta un cammino che è, in sé, processo di crescita e processo di vita. L’esistenza non è statica, è un processo trasformativo e di trasformazione. Il cammino della vita, come quello verso luoghi sacri, non è lineare né privo di ostacoli: possiede asperità e difficoltà che mettono alla prova la nostra resistenza, valli di sofferenza che sembrano non finire mai, ma anche altipiani di bellezza inaspettata che ci offrono momenti di grazia e visione. Le difficoltà, lungi dall’essere deviazioni dal percorso, sono parte integrante del viaggio trasformativo, che vorremmo sempre evitare, ma sono parte essenziale del nostro reale stato di avanzamento interiore. Il tempo assume un significato diverso nel pellegrinaggio della vita. Non è più il tempo cronologico della ciclicità ordinaria, ma il tempo kairotico, dal greco kairos (καιρός) che significa “momento giusto” o “momento opportuno”. E’ sempre un tempo di epifanie e di illuminazione interiore, momento in cui il velo tra ordinario e sacro si assottiglia rivelandoci il nuovo e ciò che si rinnova.
La vita come pellegrinaggio ci insegna che il sacro non è separato dal quotidiano ma ne costituisce la dimensione più profonda. Ogni passo, ogni respiro, ogni incontro può diventare una soglia verso una comprensione più autentica di noi stessi e del mistero che ci circonda.


15 risposte a “Il Viaggio verso un “centro”, un passaggio ed una kenosis”
quanto è importante Rino, in un mondo dove tutto corre vorticosamente verso l’appagamento di sé stessi e dei bisogni propri, sapersi fermare per intraprendere un cammino interiore di ricerca di noi stessi, degli altri e Dio. Spesso diciamo “ascoltate la voce del Divino”, ma come, se non riusciamo a staccare dal vortice quotidiano. Ecco perché amo le camminate in montagna, non sarà un cammino sacro, ma un modo per staccare dai rumori assordanti intorno e dentro di noi e provare ad ascoltare il battito del nostro cuore e quello di Dio. Grazie per le tue riflessioni
Grazie Marta…in effetti la ricerca chiede tempo, spazio dell’anima, luoghi dell’anima. Serve un tempo ed un modo di ascoltare il “divino”… troppe volte surrogati di questa ricerca diventano fuorvianti.
La chiosa finale, nella sua semplicità, rende omaggio al resto del testo così come fa il profumo del pane appena sfornato, che ha il potere di farcelo assaporare con ogni atomo del nostro corpo e col sorriso sulle labbra e nel cuore. E, si, come non essere d’accordo: “La vita come pellegrinaggio ci insegna che il sacro non è separato dal quotidiano ma ne costituisce la dimensione più profonda”. La vita stessa ci rivela che il sacro non è un luogo lontano, ma la trama – profonda – del nostro esistere e della nostra vera essenza: noi, siamo noi, il dono e il tempio in cui risuona l’ineffabilità e la gioia dell’esistenza.”
Grazie Roberto. Il tuo un commento molto bello e grazie per aver sottolineato la semplicità, quella che accompagna il quotidiano (come il pane), ma racchiude l’essenziale e di conseguenza, il vero.
Grazie, caro Rino, per questa tua profonda riflessione. Il viaggio dei viaggi, quello che più ci istruisce e forse ci rende consapevoli e probabilmente più maturi, è quello che facciamo dentro di noi, perché ci permette di scoprire un universo pieno di insidie e contraddizioni e di capire chi realmente siamo: peccatori e peccatrici in ricerca di una nuova e vera umanità. È un viaggio introspettivo che ci spinge a cercare di capire il senso della nostra vita, della nostra identità, e il bisogno di un rapporto autentico con l’Altro, umano e divino.
Hai detto bene quando la spiritualità l’hai definita “il viaggio dei viaggi”. Bellissima e coerente..perchè accompagna il viaggio della nostra vita, nelle sue evoluzioni e maturazioni. La nostra fragilità è anche maestra perchè ci aiuta a comprendere che la meta è spostata sempre in avanti e ci aiuta a fissare nuovi obiettivi interiori.
Che benedizione leggerti Rino. La cosa meravigliosa è vedere come giorno dopo giorno la nostra pelegrazione crea domande che a volte non sono così facili da rispondere, perché il fatto che la nostra anima urla per un approccio al reale, al quale fa entrare il nostro spirito con la tua matrice (Dio) grazie per aver scritto 🙏
Spero di aver scritto bene😃
Grazie per il tuo ricco commento, pieno di ulteriori riflessioni. Il nostro peregrinare è sempre fonte di scoperta e le domande sono propedeutiche al viaggio interiore e spirituale che facciamo.
Un caro saluto
Grazie per questo meraviglioso articolo Rino
Grazie a te Luca.
Bellissimo racconto x immagini.. riesci a far “vedere” quello ti cui parli a ki legge
Grazie Eva del tuo riscontro e mi fa piacere che, per “immagini” (descrittive) riesco a trasmettere qualcosa di buono.
Come sempre bellissima riflessione Rino, mi ha colpito la relazione io-esso in contrapposizione con io-tu. La ricerca di quest’ ultima nel cronos a discapito della prima crea un appagamento senza precedenti. Non è sempre facile essere costanti ma ne vale la pena. Complimenti e grazie
Grazie caro Giuseppe. Anche a me la riflessione di Martin Buber sul “Io-Essere” e “Io-Tu”. La sua ricerca come teorico della reciprocità è stata entusiasmante.
Grazie ancora per aver letto il racconto e per averlo commentato.
Grazie per questo ennesimo viaggio in narrazioni reali quanto fantastiche, mi piacciono tutti i tuoi scritti, questo in particolar modo perchè smuove il ragionamento: lo schiude. Qui gli spunti di riflessione si traslano in onde celebrali che pulsano partendo dal centro di un pensiero incompleto e si propagano verso attraversamento di “stati” circostanti per poi tornare al nucleo con piu’ energia, suono e colore.
Il centro come “non luogo” è cio’ che mi ha colpita di piu’:
se il centro non fosse un luogo ma un tempo preciso nonchè IL TEMPO KAIROTICO?
Ed ancora:
spesso si cerca in un posto fisico la dimensione ideale, lo spazio della realizzazione individuale (che come scrivevi a volte è possibile soltanto con l’integrazione in una collettività mediante l’incontro). Molti di noi viaggiano alla ricerca di “quel qualcosa in piu’” ma non tutti siamo come impressionisti che si lasciano plasmare l’anima da cio’ che vedono all’esterno, alcuni sono espressionisti e dunque vivranno quell’area come lo spezzato delle proprie emozioni radicate ibride a sensazioni istantanee (queste ultime sempre assoggettate al proprio centro incompleto e spesso ferito).
Ed ancora ancora (poi mi placo):
E se vivere ai margini, allontanarsi dal “centro canonico-nativo” fosse quello il vero centro?
Scusa il mio lungo commento che spero non si sia troppo decentrato 🙂
Grazie per questo impegno nell’incoraggiare il pensiero e quindi “l’essere”.