Due feste diverse, una identica gioia.
Il Carnevale e la festa di Purim
Due contesti culturali differenti, due storie diametralmente opposte. Due feste che nascono in luoghi e circostanze lontanissime le une dalle altre, eppure una linea sottile le lega nelle tradizioni e nei sorprendenti parallelismi che le uniscono. Le festività, laiche o religiose, creano interruzioni nel flusso ordinario del tempo, momenti che servono a identificare un prima ed un dopo, nella linea ininterrotta dello scorrere del tempo, come spartiacque, a significare che la vita è fatta di brevi e fugaci momenti di gioia, una cornice esterna rispetto alla nostra ordinarietà. Non dimentichiamo che le celebrazioni rafforzano i legami comunitari creando memorie condivise che rafforzano il senso di appartenenza al gruppo. Questo era particolarmente importante nelle società tradizionali, dove le feste servivano a mantenere coesa la comunità. Sono state sempre un’occasione di trasmissione culturale poiché rituali, tradizioni e celebrazioni, passano alle nuove generazioni valori, storie e identità.
Le feste, ancestralmente, nascono per ripercorrere i cicli della natura: il Carnevale e la festa ebraica del Purim, riprendono questa linea di prossima interruzione dell’inverno che anticipa la ripresa dei lavori agricoli con l’avvento della primavera. La prima similitudine e che propongono entrambe, nella loro celebrazione, il ribaltamento, non solo di stagioni ma dell’ordine sociale improntandolo su uno stato euforico di gioia collettiva.
Il Carnevale affonda le sue radici nell’antica Roma, nei Saturnali, feste dedicate al dio Saturno durante le quali si verificava un temporaneo sovvertimento dell’ordine sociale. Schiavi e padroni si scambiavano i ruoli, le regole quotidiane venivano sospese e la popolazione si abbandonava a festeggiamenti sfrenati. Il cristianesimo interrompe questa tradizione pagana e gradualmente lo incorpora nel calendario liturgico, posizionandolo prima della Quaresima. Nella tradizione ebraica, invece, si digiuna prima della festa del Purim e se cade in prossimità dello Shabbat, si anticipa al giovedì e la sera del Purim è celebrato con un atto di generosità verso i più poveri della comunità, con doni di cibo o in denaro, che è chiamato Tzedaka. Da notare che questa parola ebraica, ha la sua radice etimologica nel sostantivo Tzedek che significa giustizia. Ecco che per l’ebraismo il gesto di generosità si trasforma in un gesto di giustizia, un impegno affinché il povero non si senta in difetto ed il più agiato si senta al pari di chi riceve, essendo solo un atto di giustizia.
Il Purim, (da “pur” che significa “sorti”) commemora gli eventi narrati nel Libro di Ester (in ebraico מגילת אסתר, meghillàt Estèr, letteralmente “rotolo di Ester”), dove il popolo ebraico venne salvato da un piano di sterminio orchestrato da Haman nella Persia antica. La salvezza del popolo ebraico, grazie all’intervento della regina Ester, viene celebrata con una festa che enfatizza il rovesciamento della sorte, in cui, improvvisamente, tutto si è capovolto.
In entrambe le festività ci si maschera, uso che permette di nascondere la propria identità sociale e di assumere, temporaneamente ruoli altrui, nel carnevale il ribaltamento dei ruoli sociali, nel Purim il travestimento ricorda come Ester dovette nascondere la propria identità ebraica, per salvare se stessa ma soprattutto tutto il suo popolo. Se il carnevale sospende le gerarchie sociali creando un mondo ribaltato, il Purim celebra un rovesciamento di destino, da un presagio di morte ad un giorno di vittoria e di liberazione. Entrambe le feste prescrivono la gioia come obbligo religioso o sociale che nella festività di Purim, prevede come precetto stabilito: “di festeggiare fino a non distinguere più tra benedetto Mordocheo e il maledetto Haman”. Nella gioia e nelle festività non possono mancare gli aspetti culinari, dolci tipici che delimitano una linea di passaggio fra le ristrettezze alimentari ordinarie a quelle occasionali della festa, aspetto che noi abbiamo superato visto la maggior disponibilità di cibo. Durante il Purim si mangiano, oltre ai tradizionali banchetti festivi, le Hamantaschen (orecchie di Haman) e altri dolci che variano a seconda delle tradizioni culinarie dell’ebraismo sefardita od askenazita.
Entrambe le festività sono rappresentabili come momento di liberazione: il nostro carnevale dalle convenzioni sociali, prima di un periodo di penitenza quaresimale, mentre il Purim offre l’opportunità di riflettere sulla precarietà della condizione umana e sulla possibilità di rovesciamento delle sorti.
Carnevale e Purim rivelano come culture diverse abbiano sviluppato celebrazioni che, pur nella loro specificità, condividono elementi fondamentali: il rovesciamento dell’ordine costituito, la maschera come strumento di trasformazione, e la gioia collettiva come momento di coesione sociale. Un elemento sottointeso, in queste due festività, è un momento che riflette le nostre condizioni esistenziali e come tutta la nostra vita, nella ciclicità delle feste e dell’ordinarietà del tempo, possiede in se ribaltamenti di ruoli o di sorti e talvolta, come nelle “rotolo di Ester”, di entrambe le cose insieme.


7 risposte a “Due feste diverse, una identica gioia.”
grazie Rino, le tue riflessioni sono sempre profonde e fonte di riflessione.
Cara Marta, grazie per il tuo commento ed incoraggiamento.
Non conoscevo il Purim. Attraverso il tuo racconto ho scoperto qualcosa di nuovo immergendomi in paesaggi evocativi. Le assonanze che riesci a trovare, tra cose ed eventi apparentemente antitetici, sono davvero notevoli. Mi affascina il Carnevale con tutte le sue maschere e costumi, e parallelamente mi colpisce il celarsi, gesto simbolico, che caratterizza il Purim. L’esistenza è forse un insieme di trasformazioni evidenti, inframmezzate da fasi di pensiero più intimistico, in cui ci si nasconde al Mondo. Da sempre amo l’idea di prendere parte ad una festa in maschera in una sala regale con un cortile che porta, attraverso un sentiero di piccole luci, ad un sottobosco ancora più prezioso, anfiteatro del canto della natura. Mi piace l’idea di mascherarmi in quanto una maschera può “velare”, ma al contempo “svelare” aspetti inespressi di una personalità stratificata. In quanto al nascondersi vero e proprio, non so perché, in prima battuta gesto triste e inquietante ma successivamente lo collego alla ricercatezza di un qualcosa da rincorrere, alla rarità di qualcuno da trovare.Cosa nasconde? Quale sarà la sua traiettoria? Alla resa dei conti dal suo nascondiglio riesce a vedere senza essere visto e ciò lo rende più consapevole e forte, non più schiavo delle consuetudini legate alle relazioni sociali “spesso di facciata”.
Mi placo perché le tue narrazioni offrono molteplici spunti di riflessione. Grazie ancora una volta.
Come sempre i tuoi commenti sono anche meglio del mio racconto. Verissimo, l’esistenza è un insieme di trasformazioni, mutamenti o talvolta invo-evo-luzioni (dipende dal suffisso che ci mettiamo).
Alle volte è solo un susseguirsi di apparenze e di desiderio di riscatto….. forse la vità è davvero tutto questo.
Grazie mille ma i miei commenti sono proprio un filo d’erba che sibila coraggiosamente nei prati sterminati dei tuoi scritti 😅
Sai … mi hai fatto riflettere nel punto in cui scrivi “desiderio di riscatto”. Poche volte questo intento ha offerto, per me o amici, un risvolto positivo. Forse in senso lato, esercitato dalle minoranze sociali che hanno vissuto una condizione di ingiustizia e rivendicano un diritto negato, può invece ritenersi qualcosa di bello.
Racconto avvincente, carico di elementi interessanti di riflessione. Molto molto bello.
Ti leggo sempre con estremo interesse. Grazie
Grazie….mi fa piacere che i racconti ti piacciano e che siano una nota lieta settimanale.