Nel deserto nudo, sotto un cielo indifferente.
Una città che si nasconde tra le pietre, sepolta tra le rocce, nascosta in un canyon di vento e sabbia e rosso come l’alba. Un luogo che si apre come un miraggio senza illusione onirica dentro una gola profonda e stretta modellata dalla forza della Terra e levigata dal lieve tocco dell’acqua. La forza della roccia sottratta dalla tenue persistenza dell’elemento antitetico capace di eroderla e di vincerla sul tempo. L’acqua informe modella e la roccia solida viene modellata. La prima prende forma nelle fessure della seconda, sagomandone le angolature ed alla fine, erodendone ogni asprezza, fino a vincere, con il tempo, la sua presunta durevole presenza.
In questa gola di roccia e vento, chiamata al-Siq, in quella che fu, millenni prima, una valle fluviale tra le montagne ad est della Wādī Mūsā (Wādī Araba), la grande valle che si estende dal Mar Morto fino al Golfo di Aqaba nel cuore di un corridoio che unisce Damasco, Amman al Mar Rosso, si nasconde la città di Petra, nota anche come “La Città Rosa” in Giordania.
Chissà cosa provò Johann Ludwig Burckhardt, lo svizzero che nel 1812 fece conoscere al mondo questa meraviglia dentro il deserto. Oggi è uno dei siti archeologici più affascinanti e iconici del mondo, situata nel sud della Giordania oltre ad essere riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Essa fu la capitale della popolazione dei Nabatei, nomadi originari della penisola arabica, mercanti di spezie ed aromi, schiavi e dromedari, forgiatori di spade e temerari guerrieri, perché le merci si comprano, si sottraggono o si difendono, in un intreccio indefinito e dettato dalle circostanze. Strade battute per oltre 4.000 anni, fra alleanze e guerre con Babilonesi, Persiani, Assiri, Macedoni e Romani in una strenua resistenza identitaria, perché chi è nomade, se non ha la terra da difendere, ha sempre sé stesso e la sua cultura come ultimo baluardo della propria ragione di esistere.
Intorno al VI secolo a.C., questi scaltri commercianti e predoni si trasformano in ingegneri, non solo della pietra, ma anche dell’acqua per cui, un’area prevalentemente desertica, divenne una città autosufficiente, con sofisticate strutture di raccolta e distribuzione dell’acqua. Il suo grezzo nucleo centrale divenne, intorno al I secolo d.C., una città con imponenti strutture architettoniche, scolpite dalla roccia, con intricate decorazioni che sfruttano le sfumature della pietra arenaria locale per creare quel gioco costante di luci ed ombre che la caratterizza.
Emblematica è Al-Khazneh (Il Tesoro), nome che viene ampliato in al-Khazīna al-Firaʿūn (Il Tesoro del Faraone), nel quale si simboleggia non un rimando storico rispetto a quello che fu un vicino impero, ma ad un fasto che è degno di un Faraone. Anche se carovanieri non si subordina orgogliosamente la propria identità, la si amplifica rimandandola ad altro.
Oltre al tesoro del Faraone, c’è un monumento nell’ipogeo, scavato e con una facciata ornata, chiamato Al Deir, che in arabo si traduce con “il monastero”, dal greco μοναστήριον (monastḗrion) che a sua volta proviene dalla radice μόνος (mónos) ovvero solo, unico. Contrariamente al suo nome non è un luogo di devozione religiosa, bensì una imponente urna funeraria. Questo travaso semiotico ci rimanda ad una realtà in cui, nella morte, si è inesorabilmente soli e nel quale si guarda al divino per non esserlo definitivamente.
Impossibile non farsi ammaliare dalla maestosità di Petra, ancora oggi avvolta da mistero e scolpita nella storia attraverso le affascinanti narrazioni del tenente colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, militare al servizio della Corona Britannica oltre che scrittore ed archeologo che fu rapito dalla bellezza del deserto e dalla terra araba di cui ne narrò i contrasti nel libro “I sette pilastri della saggezza”, in cui scrisse una delle frasi che rimandano alle sue avventure… “Per anni abbiamo vissuto a stretto contatto tra di noi, nel deserto nudo, sotto un cielo indifferente.”
Parole di una avventura nei deserti di Siria, Giordania ed Arabia, che traslitterante nella quotidianità, sembrano appartenere a ciascuno.


7 risposte a “Nel deserto nudo, sotto un cielo indifferente.”
Bellissimo, emozionante, poetico, carico di colori o, meglio, colore narrativo.
Grazie Rino per questo racconto. Bellissimo il titolo.
Paolo
Bellissimo, emozionante, poetico, carico di colori o, meglio, colore narrativo.
Grazie Rino per questo racconto. Bellissimo il titolo.
Paolo
Bellissimo, emozionante, poetico, carico di colori o, meglio, colore narrativo.
Grazie Rino per questo racconto. Bellissimo il titolo.
Paolo
Grazie Rino, molto interessante!!
Un abbraccio
Nel ventre della terra, Petra si disvela come il corpo di un gigante dalla muscolatura rilassata, scolpito dal tempo e dall’acqua. Le sue rocce rossastre ricordano la pelle esposta al sole, mentre le gole profonde paiono vene scavate dal fliure paziente di un respiro antico. Così come l’acqua è vita per l’uomo, lo è per questa città nascosta, che da essa ha tratto sostentamento e forma.
Il tempo e l’acqua, amanti instancabili, modellano la materia fino a renderla canto. Nulla è davvero solido quaggiù, nulla è davvero eterno: anche la pietra, nel suo orgoglio di staticità, finisce per cedere al movimento, mutandosi in memoria, in polvere, in sogno.
Grazie ancora una volta per la tua narrazione, un dipinto policromatico in cui morbide forme vengono riempite da pennellate di colori acquerellati.
Bellissimo commento il tuo. Splendido. Grazie perchè arricchiscono il mio racconto con altre pennellate di colore, differenti e ricche al tempo stesso.
Grazie per seguire il blog.
A presto.
Grazie a te!