Stari Most, il ponte di Mostar
Una storia di luoghi e culture
I ponti nella cultura umana, più che strutture di collegamento, sono simboli che trascendono la loro funzionalità. Sono modelli di superamento dei limiti e, insieme a questa indispensabile funzione per la mobilità, sono anche simboli culturali e di presenza storica. Talvolta rimandano a elementi leggendari; poiché un ponte permette di passare da una sponda all’altra, esso rappresenta anche il cambiamento, la transizione da una condizione all’altra. Questa rappresentazione è utilizzata in numerosi racconti mitologici, filosofici e religiosi, dove attraversare un ponte implica il passaggio verso una nuova fase della vita, della conoscenza o della crescita spirituale. Nella mitologia greca, ad esempio, il fiume Stige rappresenta la separazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e il ponte che deve essere attraversato dagli spiriti è un simbolo di transizione.
Se pensiamo al ponte di Brooklyn di New York, al Golden Gate di San Francisco o al Tower Bridge di Londra, ci rendiamo conto che i ponti sono elementi che caratterizzano l’identità di una città, diventandone simboli, sia per la loro storicità sia per la loro valenza architettonica. Soprattutto i grandi ponti sono simboli globali che incarnano il progresso tecnologico e la capacità dell’uomo di superare le barriere geografiche. Come promesso nel racconto precedente, oggi vi porto nel cuore della Bosnia Erzegovina, in una città a mio giudizio molto bella, Mostar, il cui ponte (in bosniaco: Stari Most) è uno dei monumenti più emblematici, sia per il suo passato sia per un presente più tormentato.
La sua costruzione risale al 1566, durante il dominio dell’Impero Ottomano, fortemente voluta da Solimano I, chiamato dai Turchi Kanuni (il legislatore) e per noi occidentali soprannominato il Magnifico. Fu il monarca ottomano che portò il suo impero ai più alti fasti. Suo padre godette di minor apprezzamento in Occidente, a causa delle sue campagne di espansione militare in Europa centrale e nel Mediterraneo; non a caso il suo soprannome fu laqab (il crudele).
Tornando alla storia del Ponte di Mostar, esso fu progettato dall’architetto ottomano Mimar Hayruddin per collegare le due sponde del fiume Neretva. Un’unica campata di 30 metri tra una sponda e l’altra svetta per 24 metri dall’alveo del fiume ed è protetta da due torri: Helebija (a nord – est) e Tara (a sud – ovest), che sono chiamate le custodi. L’arco del ponte venne realizzato utilizzando la tenelija, una pietra locale di formazione calcarea. Insomma, è un’eccezionale realizzazione ingegneristica dell’epoca. Seppur con vicende alterne, a causa dei continui scontri tra Occidente e Oriente, esso, nonostante tutto, simboleggiava l’integrazione e la coesistenza dei vari gruppi: musulmani, cristiani (in maggioranza ortodossi e in minoranza cattolici) e una resiliente comunità ebraica. Il suo ponte è il paradigma stesso della città di Mostar, in cui per secoli vissero pacificamente comunità diverse, i cui stili architettonici sono emblema di questa variegata composizione etnico-religiosa. Molto visitata dai turisti è Via Kujundziluk, sulla riva destra del fiume, in prossimità del ponte, dove si trova lo storico bazar di Mostar. La stessa parola ” bazar ” deriva dal persiano bahā-chār, che significava “il posto dei prezzi”, vocabolo che noi utilizziamo per definire anche un luogo di confusione tumultuosa. Oggi è una meta turistica in cui gli oggetti hanno perso la loro originalità e sono riproduzioni in serie di manufatti, non molto diversi dalle nostre bancarelle turistiche a Firenze, Roma, Napoli.
In ogni caso, seppur area “globalizzata”, ripercorre nelle forme e nei colori questi vecchi suk (altra parola araba che deriva da suq=mercato), richiamando idealmente un passato fatto di scambio di merci, prodotti e culture diverse.
La storia umana è fatta di aspri conflitti, violenti e sanguinosi, ma anche, ahimè più raramente, di “costruzione di ponti”, come metafora per indicare la creazione di legami positivi tra persone, culture e nazioni. Espressioni come “abbattere muri” o “costruire ponti” sono comuni per descrivere il desiderio di superare pregiudizi e ostilità, favorendo la comprensione reciproca e la cooperazione. Abbattere e costruire sono verbi antitetici, una inconciliabilità terminologica che ispira un’unità di intenti nel superare, non limiti nella morfologia del terreno, ma nelle idiosincrasie umane.


5 risposte a “Stari Most”
Bellissimo racconto ma soprattutto mi è piaciuta molto la tua conclusione. Riesci a spaziare fra luoghi geografici e concetti profondi.
Con amicizia
Paolo
Grazie caro Paolo per le tue riflessioni e per il tuo commento.
Grazie Rino, Io leggo i tuoi articoli, più mi rendo conto di quante cose diamo per scontate nella vita quotidiana.
Un abbraccio
Grazie Luca per il tuo commento e sono contento che ci siano elementi curiosi
Grazie per questo splendido racconto. Ci sono numerose cose che non sapevo, soprattutto sull’origine di parole e modi di dier.
Pensavo appunto al legame tra progetto e materiale usato per renderlo effettivamente funzionale.
Un ponte è più di una struttura: è una possibilità. È il varco tra due mondi, la promessa di un altrove o il ritorno a ciò che ci è familiare. Ogni suo arco, ogni peitra posata, racconta il peso della scelta: attraversarlo o restare. Eppure, la sua esistenza non è mai casuale. La solidità di un ponte è la solidità dell’idea che lo ha generato, la sua durata dipende dai mezzi impiegati per realizzarlo. Senza un pensiero lucido che ne delinei la forma, senza materiale adeguati a sostenerlo, resta un sogno incompiuto o, peggio, un azzardo destinato al crollo.
Attraversare un ponte è sempre un atto di fiducia. Ci si affida alla sua struttura come ci si affida alle proprie convinzioni, ai propri strumenti. Ogni passo è una verifica della sua resistenza e, al tempo stesso, del nostro coraggio. Alcuni ponti si ergono fieri, resistono al tempo e alla tempesta. Altri, fragili, cedono sotto il peso di chi li percorre. La loro funzione, la loro durata, sono proporzionali alla cura con cui sono stati pensati e costruiti.
E allora, che cosa rende davvero percorribile un ponte? Non solo la sua architettura visibile, ma la profondità dell’intenzione che lo ha reso possibile. Perché un ponte non è solo il superamento di un ostacolo fisico, ma la materializzazione di un’idea che aspira a qualcosa di più grande: unire, connettere, trasformare.