Orizzonti fatti di terra e polvere sui quali, i passi dell’uomo, scrivono la propria storia.
La Rift Valley etiopica è un confine naturale affascinante, segnata da una lunga frattura di origine vulcanica. Valli ed increspature del terreno si susseguono disegnando aree di biodiversità uniche. Queste sono le aree geografiche nelle quali l’umanità ha sconfinato allargando il proprio spazio naturale nel più vasto spazio della nostra Storia. Siamo nel delta del fiume Omo, dove inizia il lago Tukana che continua ad estendersi, per gran parte, nel territorio keniota. Un vecchio cartello arrugginito segnala il nome coloniale di “Lago Rodolfo” in memoria del principe austro-ungarico Rodolfo d’Asburgo-Lorena a ricordare come queste aree siano state occupate e ribattezzate per sovrapporre la storia europea a quella locale. Qui abitano, ancora oggi, popolazioni antichissime che parlano un dialetto unico affine a tutte le etnie che si sono affacciate ed hanno scelto di vivere lungo le sponde degli affluenti del Nilo, dell’Omo e del lago Tukana.
Nelle fenditure del terreno della Rift Valley si possono scorgere, anche ad occhi meno esperti come i miei, le sedimentazioni e gli strati di terreno che per milioni di anni ha dato origine al nostro presente visibile. Sotto i nostri piedi c’è una storia, che calchiamo con suole di gomma di pochi millimetri, di cui sappiamo poco e che rimane registrata in qualche decina di chilometri ma che contiene miliardi di anni. La Storia umana funziona più o meno nello stesso modo: stratificata in epoche, consolidata in convivenze etniche diverse, fratturandosi al suo interno e lacerandosi per l’avvicendarsi di conflitti. Avvenimenti e storie recenti che rimangono in superficie, ma con un passato ed un vissuto di uomini e donne che sono sepolte in modo indefinito.
Lo spazio è una parola che può avere innumerevoli significati: lo spazio infinito celeste, di cui abbiamo già parlato e lo spazio finito nel quale viviamo la nostra quotidianità, ma c’è lo spazio nel quale ogni generazione umana ha percepito la propria identità. Lo spazio è quello che due Nazioni differenti si dividono un indivisibile ed immenso specchio d’acqua come quello del lato Tukana. Lo spazio del nostro visibile che percepisce un terreno semi arido, con piante ed arbusti, ma che al suolo ha un brulicare di vita che sarà sempre invisibile. Uno spazio nel quale ci sentiamo sovrastati dalla natura e nel quale i primi uomini hanno mosso tenacemente i propri passi verso altri spazi a loro sconosciuti. Lo spazio visibile che è naturalmente percepito alla vista come immenso, ma nel cuore dell’uomo è insufficiente, limitato per la propria sopravvivenza o limitante per le proprie ambizioni.
La vastità e l’ampiezza delle vallate e gli imponenti corsi d’acqua sono uno spazio che il nostro istinto di viaggiatori ritiene troppo piccolo, troppo finito. Questa è la natura umana, lo è stata per millenni, lo è stato per la Storia (con la S maiuscola) che ha visto in quei luoghi l’andatura incerta ed impronte minute dell’australopiteco Lucy e il passo pesante della colonizzazione europea del Continente, che ha segnato, con il proprio passaggio, un’impronta pesante e profonda. Tutti, nei millenni, hanno ritenuto il proprio habitat in-finito, immenso alla percezione visiva, piccolo, forse troppo piccolo, per la percezione del cuore.
Nello spazio si colloca ciò che percepiamo e nel tempo abita la sensazione che ne abbiamo. Il tempo altro non è che la forma del senso interno, cioè la forma con cui noi intuiamo noi stessi e il nostro spazio in-finito

